Per molti di noi il giornale La Repubblica ha, o almeno aveva, un’anima. Me ne accorsi quando la gente, i giovani di allora, degli anni Settanta, cominciò ad indossarlo come un accessorio, sul portapacchi della bicicletta nelle domeniche dell’austerity, nelle tasche dei giacconi, nei borselli che allora anche i maschi portavano a tracolla: era una novità inventata da Eugenio Scalfari e andava molto oltre il nuovo formato tabloid che non si era mai visto prima: cambiava il linguaggio, la grafica, la retorica, l’uso della fotografia, ed era un giornale che aveva nel suo primo articolo della costituzione questo motto: «Repubblica non è un giornale di informazione, ma di campagna: prende posizione e combatte in modo asimmetrico e convoca insieme emozioni e lingua, immediatezza e attacco».

Eugenio Scalfari mi invitò nel suo piccolo studio all’Espresso di via Po nel novembre del 1975 e mi fece vedere i menabò lucidi in negativo. Era bello. Anche lui, Scalfari, non era quel veggente prossimo al secolo che appare oggi in televisione, ma un uomo duro, alto, la barba brizzolata e ferrigna, la montatura degli occhiali d’acciaio. Mi chiese di restare in Calabria dove dirigevo un quotidiano, come corrispondente del suo giornale. Presi un periodo di vacanze arretrate per partecipare ai mesi di preparazione di quella bolgia di ragazzi, femministe, gruppettari, tutti rappresentanti giovanissimi di un’Italia che oggi neanche ve la sognate e che era già infetta di terrorismo, ma che sperava nel sorpasso del Pci sulla Dc, con lo sganciamento definitivo del partito di Berlinguer.

Dovendo tornare in Calabria perché le mie ferie erano finite, Eugenio mi chiese: perché te ne vai? E io dissi: perché ho un contratto. Due sere dopo, nella sperduta redazione di Piano lago di Mangone, provincia di Cosenza, un centralinista di nome Docimo mi urlò: «Dottore Guzzanti! U dutturi Scalfari vi vuole a ‘u telefono». La mattina dopo ero a piazza Indipendenza alle quattro del mattino, con le camicie arrotolate e l’essenziale alla rinfusa nel portabagagli della mia vecchia Fulvia. E cominciò la mia avventura che terminò quando Paolo Mieli mi chiamò alla Stampa nel 1990. Dalla Stampa, per fatto personale dopo essere stato ridotto al silenzio non da Scalfari ma dal suo “Ufficio centrale” che somigliava un po’ troppo a un Comitato centrale, mi sbizzarrii a dare buchi al mio ex giornale quasi ogni giorno e inaugurai la stagione fulminante di Cossiga, che ho già raccontato qui sul Riformista. Poi andai a New York quando Ezio Mauro fu trasferito di colpo dalla Stampa di Giovanni Agnelli a Repubblica di Carlo De Benedetti e per un po’ sognai una ricongiunzione che però non avvenne.

Repubblica cambiò stile e forma e certamente non fu più quella di prima. Ma ci sono qualità che formano l’essenza di una individualità e ne formano l’anima permanente. E quelle o ci sono o non ci sono. Il giornale che si trasferiva dalla storica piazza Indipendenza della nostra gioventù battagliera a Largo Fochetti, verso l’Eur, mutava in un altro oggetto: esauriente, organico, trasudante di firme e di trovate, sempre inappuntabile, esprimeva una linea politica che seguitava ad essere quella della campagna continua, prima contro Craxi e poi contro Berlusconi, ma con toni sempre meno libertari, molto più in giacca e cravatta, senza badare a spese (almeno come opulenza dell’immagine) ma – è la mia personale opinione – si distaccava giorno dopo giorno dai fondatori del Mayflower che non erano più dei giornalisti narratori e settlers della notizia e degli eventi.

Sotto la direzione di Eugenio Scalfari, alcuni di noi ogni anno facevano un reportage mondiale a ruota libera. Un giorno Eugenio mi aveva convocato dicendomi: «Ti ho fatto comprare il carteggio dei fratelli Verri di cui uno stava a bottega e l’altro viaggiava comperando mercanzie e scrivendo lettere sui cambiamenti in Europa: parti e scopri come nacque la borghesia». E partii per un viaggio indimenticabile. Oppure: «Ripercorri le rotte di Ulisse», e mi ritrovai a Troia con le mura di Ilio ancora visibili durante una esercitazione d’artiglieria dell’esercito turco. E poi l’impero di Venezia e infine mi stabilii a Praga mentre cadevano i muri in via Franzuskjaa, e lì vissi per spostarmi poi a Budapest e nella Bucarest del dopo Ceausescu. Dove vidi le criminali azioni del Kgb gorbacioviano le cui imprese mi fu vietato di scrivere sicché decisi di andarmene, e questa è la mia storia personale.

Ma poi Scalfari fu messo da parte da Carlo De Benedetti con cui strinsi una forte amicizia scrivendo insieme un libro intervista mentre quella testata, quel vascello, navigava con altre velature ma non con la stessa manovrabilità pirata che sa apparire e scomparire, sorprendere e fare imboscate. Il vascello era ormai un galeone con mille cannoni come quello di Jenny delle Spelonche nell’Opera da Tre Soldi. Troppi cannoni e troppe vele per essere la stessa guerra da corsa. Ecco dunque la sorpresa di un anno fa quando, leggendo sull’iPad la vecchia testata diretta da Carlo Verdelli che non conoscevo, trovai un guizzo, l’anima dell’antico spirito folletto. Non era l’antica nave: era una nuova nave, ma aveva quegli stessi cannoni, quel gusto del titolo (ai tempi di Eugenio si passavano ore a scandirli come versi finché non si trovava quello che “cantava”) e così scrissi due righe al nuovo direttore congratulandomi e mi rispose con mia sorpresa ricordando l’epoca in cui io facevo parte con pochi altri della vera ciurma della Tortuga che era – oltre che politica – letteratura del giornalismo in cui la lingua era parte della semantica e della grafica e le parole competevano con le foto.

Oggi è tutto diverso, tutto deve essere sul digitale per ventiquattro ore durante le quali la carta in edicola dura soltanto quel che vive la rosa, ma la scommessa era di nuovo quella di mettere insieme certi elementi di forte identità industriale combinata come in genetica con una forte componente di alta creatività. La notizia della fine della direzione Verdelli è per questo molto triste anche se Maurizio Molinari è un giornalista formidabile che cominciò la sua scalata nel cursus honorum partendo proprio da dove io avevo lasciato, come inviato speciale a New York per la Stampa. Molinari, leggo, è non soltanto il nuovo direttore del glorioso vascello, ma l’interprete globale della strategia globale dell’editore che un tempo fu anche il mio, ai tempi dell’Avvocato Agnelli.

Riusciranno i nostri eroi a rianimare l’ircocervo facendone una creatura quadrimensionale scatenata sulle nuove tecnologie e sul fascino dell’antico? È una scommessa appassionante, ma personalmente provo un vero dolore per questa estromissione di Carlo Verdelli, perfettamente legittima. Per il modo, i tempi e per un valore sottratto, anziché aggiunto, all’impalpabile qualità anche sul mercato di un prodotto che come il Golem deve camminare da solo, ma ricordando che ha caviglie e piedi d’argilla. Verdelli aveva in un anno riconquistato i cuori di una redazione che era più sperduta degli abitanti dell’Isola che non c’è.

E che ha scioperato, fatto inusuale non di buon auspicio per un prodotto che pur nella sua massima perfezione industriale cibernetica, si può reggere soltanto se è vivo un Dna di alchimie  come il fattore umano di Graham Greene, più volatile della nitroglicerina. Tutto ciò, a prescindere dalla “linea politica” che non può che essere di sinistra democratica ma che da sola significa poco se non va a calzare i costumi che identificano maschera e proiezioni, lingua e suggestioni. Carlo Verdelli stava riuscendo con un lavoro minuzioso e paziente che richiamava alle armi un modo di essere, di leggere, di ottenere notizie, interpretarle e proporle.

Questa è la sfida e personalmente auguro a Maurizio Molinari di cui ho antica stima per le sue straordinarie qualità di lettore e narratore della storia, di ritrovare e riallacciare il tessuto lacerato e tesserlo di nuovo. Non sarà facile, ma nemmeno impossibile, come ha dimostrato proprio Carlo Verdelli che non viene dalla covata di Repubblica ma dall’altro mondo del Corriere e della Rai e di tante altre cose eccellenti che ha fatto. Seguiremo col batticuore questa evoluzione, ma a Carlo Verdelli daremmo una speciale medaglia per aver inventato un giornale che non c’era più, rimettendolo ben vivo sul mercato delle cose vive.

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.