Una città in ginocchio, ferita, sgomenta. La capitale in macerie di uno Stato fallito. È salito a 135 morti, oltre 5 mila feriti e un centinaio di dispersi il bilancio della doppia devastante esplosione di martedì pomeriggio nei pressi del porto di Beirut. «Stiamo assistendo ad un’enorme catastrofe», ha detto il capo della Croce Rossa libanese George Kettani ai media locali. «Ci sono vittime e vittime ovunque. Oltre 100 persone hanno perso la vita. Le nostre squadre stanno ancora conducendo operazioni di ricerca e salvataggio nelle aree circostanti», ha spiegato. «Ho fatto un giro per Beirut, quasi metà della città è distrutta o danneggiata», dice alla France presse il governatore della capitale libanese, Marwan Abboud, che ha quantificato i danni provocati dalle esplosioni avvenute ieri “tra i tre e i cinque miliardi di dollari”. Una nave della task force marittima Unifil attraccata nel porto è stata danneggiata e alcuni soldati delle forze di pace navali sono rimasti feriti, alcuni dei quali gravemente.

Ieri sono stati messi agli arresti domiciliari tutti gli ufficiali dell’autorità portuale della città, responsabili dello stoccaggio dei materiali nei magazzini e della sicurezza della struttura. I militari ai domiciliari saranno controllati dall’esercito. Il responsabile della dogana, Baabri Daher, ha reso noto che la sua agenzia aveva ripetutamente richiesto di rimuovere dal porto il nitrato d’ammonio ma ciò non è mai accaduto. L’esplosione è stata la più distruttiva di tutta la storia del Libano: «È stata scioccante anche per una città che ha visto 15 anni di guerra civile, attentati suicidi, bombardamenti israeliani e omicidi politici», ha scritto l’Associated Press. Secondo il centro di ricerca tedesco di geoscienza GFZ, l’esplosione ha causato un terremoto di magnitudo 3.5 che si è sentito fino a Cipro, circa 200 chilometri di distanza. Secondo fonti dei servizi di sicurezza citate da Reuters e alcuni media locali, l’incendio che ha causato l’esplosione sarebbe iniziato durante i lavori di saldatura che erano in corso nel magazzino che conteneva il nitrato di ammonio. Il presidente libanese, Michel Aoun, ha parlato di 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio che erano state sequestrate dalle autorità sei anni fa, e che poi erano state lasciate nel porto senza che venissero gestite con le necessarie misure di sicurezza. Sono circa 300.000 le persone rimaste senza casa. Direttamente investite dall’onda d’urto sono state la zona di Mar Mikhail, il quartiere armeno oggi sede dei negozi e dei locali più alla moda, e tutta l’area di Ashrafieh, il cuore cristiano della città. Devastata è anche piazza dei Martiri, il cuore della protesta dei tanti, soprattutto giovani, che si battevano da mesi per un Libano migliore. “Lasciate Beirut”: è il drammatico consiglio che il ministro della Salute libanese Hassan ha rivolto a chiunque possa andare via dalla città.

La capitale del Libano è piombata nel sangue, nel caos, nella disperazione, in un incubo che il governatore ha sintetizzato così: «Sembra quello che è successo a Hiroshima e Nagasaki». Le scene sono di spaventosa devastazione: moltissimi gli edifici danneggiati seriamente nel raggio di chilometri. Tra questi anche il palazzo presidenziale e diverse ambasciate. In questo scenario apocalittico, Israele ha fatto sapere che non ha nulla a che vedere con la terrificante esplosione avvenuta nel porto di Beirut, ma una fonte dello Stato ebraico ha tenuto a sottolineare che, secondo informazioni non corroborate, il magazzino presso cui è avvenuta la deflagrazione, veniva utilizzato da Hezbollah, il movimento sciita filo-iraniano che ha sempre giocato un ruolo di spicco nella politica libanese. Fonti di Hezbollah attribuiscono invece ad un sabotaggio israeliano la responsabilità della potente esplosione che ha sconvolto Beirut. «In questo momento Israele è alle prese con l’emergenza coronavirus e di certo non ha alcun interesse a provocare un conflitto che stornerebbe risorse e acuirebbe la crisi in atto», confida a Il Riformista una fonte molto vicina al primo ministro Benjamin Netanyahu. E poi la rivelazione: «I servizi d’intelligence libanesi sanno che Israele non c’entra niente in questa tragedia, e a confermarlo sono anche le intelligence di Giordania ed Egitto».

Il ministro della Difesa Benny Gantz e il titolare degli Esteri Gabi Ashkenazi – ambedue esponenti del partito centrista Blu e Bianco – hanno dichiarato di essersi avvalsi di mediatori internazionali per offrire assistenza umanitaria e medica al Libano. «Ipotizzare che un Primo ministro possa pensare di poter contenere la protesta di massa esplosa per la sua disastrosa gestione della crisi pandemica, aprendo un fronte di guerra è francamente impensabile anche per chi pensa il peggio possibile di Netanyahu – riflette Zvi Bar’el, firma di punta di Haaretz, il quotidiano progressista israeliano, raggiunto telefonicamente a Tel Aviv -. Piuttosto – aggiunge – le autorità libanesi dovrebbero interrogarsi su chi controlla davvero Beirut e il suo porto: se l’esercito o le milizie di Hezbollah».

Intanto è stata rinviata al 18 agosto la sentenza, che era attesa per domani, del Tribunale speciale per il Libano (Tsl), con sede all’Aja, sull’omicidio di Rafiq Hariri, assassinato il giorno di San Valentino del 2005 sul lungomare di Beirut in un attentato che cambiò la storia del Libano. La decisione è stata presa «per rispetto delle innumerevoli vittime di Beirut», ha dichiarato il tribunale. Alla sbarra ci sono quattro imputati in contumacia, tutti membri del movimento sciita libanese Hezbollah: Salim Ayash, Habib Merhi, Hussein Oneissi e Assaad Sabra. C’era anche un quinto imputato, Mustafa Badreddin, considerato la mente dell’attentato di San Valentino, ma è stato misteriosamente ucciso a Damasco nel 2016. Certo, la pista dell’incidente resta quella più accreditata. Ma c’è chi solleva dubbi in proposito come “Futuro”, il partito dell’ex presidente libanese Saad Hariri, figlio del premier assassinato. «Ci sono gravi sospetti che gettano la loro ombra sull’esplosione, sulla sua tempistica, circostanza e luogo e sulla sua modalità e sui materiali incendiari che lo hanno causato”, ha affermato ieri in un comunicato. Per il presidente Usa, Donald Trump, le esplosioni sono state causate da una bomba. Una tesi che è stata però contraddetta da tre fonti anonime della Difesa statunitense citate dalla Cnn, secondo le quali non ci sono indicazioni di attacchi.

La tragedia di Beirut rende ancor più drammatica la situazione sociale, economica, di vita del Paese dei Cedri. Tutti gli indicatori sono in rosso. Il prezzo dei generi alimentari è aumentato del 55%, la disoccupazione ha raggiunto quasi il 33% della popolazione attiva, la valuta nazionale crolla e le interruzioni della corrente elettrica sono ormai la norma. Dalla fine della guerra civile nel 1990, il Libano ha costruito un’economia di servizi basata su finanza, immobili e turismo. Ha finanziato il Pil con capitale straniero, in gran parte proveniente dalla diaspora. Un dollaro valeva 1.500 lire libanesi, un cambio fisso che durava dal 1997. Il mese scorso un dollaro veniva scambiato a 4mila lire sul mercato nero. I prezzi hanno subito un balzo superiore al 50%. La classe media è sparita, i poveri sono diventati indigenti, ha fatto capolino la fame. A Tripoli, città sunnita e poverissima nel Nord, il 60% della popolazione guadagna meno di un dollaro al giorno. La metà della popolazione è sotto la soglia della povertà. Da mesi la gente muore negli ospedali per mancanza di elettricità. La guerra civile nella vicina Siria, scoppiata nella primavera del 2011, ha poi dato il colpo di grazia.

Un milione e mezzo di profughi siriani si è riversato nel piccolo e impreparato Libano, trasformandolo nel Paese con il più il più alto rapporto al mondo di rifugiati per abitante. Le sue strutture e infrastrutture, già insufficienti per i libanesi, hanno resistito ma alla fine non hanno retto alla pressione. I suicidi sono aumentati, tanto che Embrace, una ong che si occupa di salute mentale, ha da alcuni mesi messo a disposizione un servizio telefonico di prevenzione. Come scriveva alcuni giorni fa Ave Tavoukjian, giornalista del Daily Star, quotidiano in lingua inglese del Paese, «negli ultimi mesi, il popolo libanese ha guardato con allarme alla situazione: le loro preoccupazioni sono giustificate, la maggior parte di coloro che gestiscono attività ha visto i propri ricavi ridursi praticamente a nulla, una conseguenza del ridotto potere d’acquisto della popolazione». «Eppure tutto ciò – concludeva – non è nulla in confronto a ciò che deve ancora venire».

Mai affermazione fu più tragicamente profetica. Così la redazione di L’Orient -Le Jour, il giornale in lingua francofona di Beirut, esprimeva i propri sentimenti nelle ore successive all’apocalisse: «Cosa dire, cosa scrivere? Come tutto il Libano, siamo rimasti sbalorditi, martedì sera, dalla portata del disastro. Storditi dalla violenza dell’esplosione che ha devastato Beirut. Siamo rimasti scioccati dal bilancio dei morti e dei feriti. Siamo rimasti scioccati dalle immagini di edifici abbattuti, di finestre fatte saltare in aria e di porte divelte. Regnava il caos negli ospedali, alcuni dei quali sono stati pesantemente danneggiati. Beirut ieri sera sembrava un teatro di guerra. Ieri sera, in un Libano già in ginocchio, eravamo tutti totalmente sbalorditi da questo ennesimo colpo del destino. Quando le parole ci sfuggono, lasciamo parlare le immagini…». Le immagini di uno strazio infinito.