«Greco ha violato la legge». Glielo fanno dire e lui lo grida. Perché ormai tra i due siamo a urlate in faccia. Mai visto un Piercamillo Davigo così elettrico, la faccia tirata come se avesse perso peso fisico oltre a quello psicologico, come quello apparso due sere fa a Di martedì.

Spariti il Dottor sottile, ma anche Piercavillo e Pieranguillo, l’ex magistrato è facile preda di giornalisti che solo ora, quando il potere lo ha abbandonato, hanno la pretesa di processare tramite lui la situazione slabbrata e imbarazzante in cui si trova la magistratura italiana. Lui è decisamente giù di tono. Fa il difensore d’ufficio di Paolo Storari, il pm che gli passò le carte con la deposizione dell’avvocato Amara sulla fantomatica Loggia Ungheria. Non è vero che non abbia formalizzato la richiesta a Greco perché realizzasse le iscrizioni nel registro degli indagati. Ma il procuratore di Milano lo ha fatto sei mesi dopo, solo quando è intervenuto il procuratore generale da me informato.

Francesco Greco ha sempre detto e ribadito che ciò non è accaduto. Il fatto non è secondario, perché se lui mente, rafforza il sospetto di un vertice di procura così concentrato in una vera guerra, non solo processuale, contro Eni, da non consentire che nulla potesse interferire con il prospettato risultato di una condanna dei vertici del colosso idrocarburi. Un Amara iscritto nel registro degli indagati come calunniatore avrebbe cozzato con l’immagine del testimone genuino e attendibile, fondamentale per l’accusa nel processo Eni. Che finirà non solo con una clamorosa assoluzione degli imputati, ma anche con una reprimenda ai pm da parte del presidente Marco Tremolada.
Più che sconcertante, è penoso questo ring di pugili stanchi che se le suonano da lontano, uno dalle colonne del Corriere della sera, l’altro tra le braccia di Giovanni Floris, dove non pare suscitare grande curiosità il fatto che uno accusi l’altro di aver avuto un certo “interesse” a diffondere quelle carte maledette coram populo.

Così, mentre lasciamo Davigo ad accusare come suo solito gli avvocati di fare ricorsi temerari per allungare il brodo dei processi verso la loro estinzione, e a incaponirsi sulla necessità che si facciano meno processi ma, per carità, senza toccare il mantra dell’obbligatorietà dell’azione penale, ecco che un nuovo personaggio si affaccia all’orizzonte.
La signora Giulia Befera, anni 32, apre una nuova stagione di veline giudiziarie. È patetico vedere ancora Corriere e Repubblica affiancati, come vecchi cronisti giudiziari ancora a fare i giapponesi nella giungla a guerra finita, a contendersi atti coperti dal segreto investigativo. Ma siamo ancora ai tempi di Di Pietro dopo trent’anni? Dottoressa Rosalia Affinito della procura di Roma, lei che si appresta a chiudere le indagini sulla diffusione dei verbali dell’avvocato Amara, ha a sua volta volantinato ai giornalisti le carte sul famoso volantinaggio? È stata lei? O gliele hanno prese dal cassetto della sua scrivania? Ah, dice che sono stati gli avvocati? Ah sì, certo, come sempre.

Tanto indagini sulle fuga di notizie non se ne fanno. E si sa che il bravo cronista quando ha una notizia la pubblica. Proprio come hanno fatto quelli del Fatto e di Repubblica con il verbale di Amara e l’elenco dei membri della Loggia Ungheria. Comunque, poiché a pensar male si fa peccato ma ci si azzecca, noi pensiamo che l’uscita pubblica di queste carte segrete giovi, nella tenzone in corso, a una parte contro l’altra. Torniamo alla signora Befera, che è stata un’altra segretaria di Davigo, oltre alla più famosa Marcella Contraffatto, al Csm. E, al contrario della sua collega indagata per calunnia nei confronti del procuratore Greco, parla e parla. Prima di tutto rivela una sorta di traffico di influenze all’interno del Csm. Lei infatti è stata assunta perché sua madre era amica di Marcella Contraffatto, la cui figlia a sua volta era andata a lavorare con un altro consigliere. Ma che bello il Consiglio superiore rinnovato! Ma erano abitudini instaurate dal Palamara colpevole di tutto -l’unico silurato per il famoso incontro notturno mentre ai suoi colleghi è stata solo regalata una vacanza di qualche mese- o dobbiamo pensare che quello che per i politici si chiama traffico di influenze per le toghe sia solo simpatica consuetudine di ordinario nepotismo?

Ma sono solo sciocchezze che non turbano i sonni neppure dei cronisti giudiziari in cerca di scoop. Il fatto è che la signora Befera non solo inguaia la collega, nei cui confronti a quanto pare la pm si accinge a chiedere il rinvio a giudizio per calunnia, ma anche lo stesso Piercamillo Davigo. Perché lui, anche martedì sera da Floris, ha sempre affermato di aver informato solo i membri dell’esecutivo del Csm, brevi manu e non per le vie formali, per evitare fughe di notizie. Anche perché, ha ribadito, quando la vicenda Palamara era approdata alla prima commissione, un suo membro si era poi affrettato a divulgare le notizie che dovevano rimanere riservate. Giusto, anzi giustissimo. Ma come la mettiamo con le parole della segretaria? «Il consigliere Davigo –ha detto al pm- nel maggio 2020 mi disse che aveva deciso di rompere i rapporti con il consigliere Ardita perché gli era stato consegnato un verbale di dichiarazioni rese alla procura di Milano in cui il nome di Ardita era associato a una loggia; non ricordo se mi disse chi gli avesse consegnato i verbali. Parlò anche di un certo immobilismo della Procura di Milano».

Ma non si è fermata a questo, la solerte segretaria, che ha testimoniato sicuramente in buona fede e senza intenzione di danneggiare il suo ex capo, cui pare sinceramente affezionata. Ma le sue parole mostrano un Davigo molto imprudente e chiacchierone. Imprudente non solo per quel che, a quanto pare, diceva, ma anche per quel che faceva. Infatti, dice ancora la signora Befera di aver saputo dal suo datore di lavoro che anche Marcella Contraffatto era al corrente di quei verbali: «Lei mi disse che erano in uno scaffale in basso, nella stanza di Davigo. Non sotto chiave». Quindi, un consigliere del Csm si fa consegnare una chiavetta contenente la deposizione segreta di un testimone da un pubblico ministero, poi ne parla con diversi membri del Csm, fa confidenze alle due segretarie sui suoi rapporti con un collega e sul contenuto di quella deposizione in cui questi viene chiamato in causa come facente parte di un complotto contro la sicurezza dello Stato. Poi stampa il documento e lo mette in un cassetto senza chiave, luogo conosciuto da almeno una delle due segretarie che lo racconta all’altra.

Scusate, signori della Procura della repubblica di Roma, ma che cosa aspettate ad arrestare il dottor Davigo, se ha commesso tutti questi reati? E siete sicuri del fatto che l’ex membro del Csm, pur parlando a destra e a manca (non dimentichiamo la sceneggiata sulle scale della commissione Antimafia, mentre spulciava le carte con il presidente Nicola Morra) volesse in realtà mantenere riservata la notizia? Le due segretarie lo difendono, a costo di sembrare due adolescenti che hanno una cotta per il capo. Marcella Contraffatto pensa (da sola?) di far “scoppiare la bomba” per aiutare Davigo a restare nel Csm, nonostante l’età di 70 anni lo costringa alla pensione. Così programma di portare i verbali di Amara a Marco Travaglio -chissà perché proprio a lui, che è solitamente così sobrio e riservato- perché «un grande titolo a effetto dal Fatto quotidiano potrebbe veramente cambiare le sorti del destino».

Le cose non andranno così. Inspiegabilmente, prima Antonio Massari del Fatto e poi Liana Milella di Repubblica lasceranno cadere dalle mani quelle carte come se scottassero e si precipiteranno in procura. Strano, da parte di giornalisti che hanno sempre dichiarato “io, se ho una notizia la pubblico”. E l’esistenza di una Loggia Ungheria, oppure al contrario una vanteria calunniosa sull’esistenza della medesima, erano senza dubbio una notizia, oltre che notizia di reato. Bisognerà aspettare che sia il consigliere Nino Di Matteo, che a un certo punto aveva ricevuto le carte, con la lettera che secondo il pm era calunniosa nei confronti di Francesco Greco, a dire “il re è nudo” e a fare “scoppiare la bomba”.

Tutta questa storia, ricostruita dalla velina che qualcuno ha voluto consegnare a Corriere e Repubblica, puzza molto di piattino avvelenato, come tante vicende di questa storia. Quando ben sarà del tutto distrutta l’immagine di Davigo, chi emergerà dalle ceneri come eroe senza macchia, se non colui che disse “Io non ho mai visto una campagna mediatica quotidiana così compatta e violenta come quella che è in corso in questi mesi, utilizzando la vicenda Storari e l’assoluzione in primo grado dell’Eni”? Colui che si sta preoccupando, oltre che di se stesso, anche del proprio successore, in modo da garantire la continuità di quella regola per cui la procura di Milano debba essere fortino di toghe della stessa cucciolata, ambrosiana e di Magistratura democratica?

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.