Da quando è nel mondo del calcio (2004) ha provato in tutti i modi ad entrare nel giro dei club ricchi, auspicando da anni la creazione di una Superlega che comprendesse le squadre principali dei campionati nazionali. Oggi che i 12 club fondatori hanno annunciato l’avvento del nuovo format tra club ricchi e (buona parte di loro lo è) indebitati, Aurelio De Laurentiis si ritrova con il cerino in mano. A nulla è valsa la crescita del suo Napoli, partito dalla Lega Pro e arrivato a disputare, negli ultimi undici anni, sempre le competizioni europee (Champions o Europa League). A nulla è servito mantenere i conti in regola, rispettando le regole imposte dalla Uefa.

Altro che internazionalizzazione, De Laurentiis paga la provincialità della sua gestione e del suo Napoli, club che in quasi 100 anni di vita ha vinto, durante il periodo Maradona, due scudetti e una Coppa Uefa in ambito internazionale (poi ad arricchire la bacheca partenopea Coppa Italia e Supercoppa italiana). De Laurentiis paga, citando le parole pronunciate dal giornalista Marco Bellinazzo durante la presentazione  del suo libro (“La fine dal calcio italiano, perché siamo fuori dai mondiali e come possiamo tornarci da protagonisti”, giugno 2018), il non essere riuscito a trovare “sponsor oltre il Gargano“, ovvero oltre il sud Italia. Una crescita limitata quella del fatturato del Napoli che ha toccato il record nel 2017 con 308 milioni. Fatturato sul quale pesano principalmente i diritti tv e le plusvalenze. Il Napoli non ha strutture di sua proprietà, non ha costruito, nei quasi 17 anni di gestione ADL, uno stadio suo nonostante i numerosi annunci dello stesso produttore cinematografico.

Il Napoli non è nella Superlega nonostante i “40 milioni di tifosi nel mondo” millantati da De Laurentiis, che potrebbero salire a 80 milioni “perché dobbiamo esplorare ancora Oriente e Australia”. De Laurentiis è stato ‘tradito’ da Andrea Agnelli che non ha mai tenuto il suo Napoli in considerazione nonostante quando venne eletto, nel 2017, presidente dell’Eca (l’associazione dei club europei), nominò ADL Capo settore marketing e comunicazione.

“Io sono il chairman di comunicazione e marketing per l’ECA e posso assicurarvi che non è nelle intenzioni di Agnelli quella di fare una SuperChampions per pochi eletti” dichiarò qualche anno fa il presidente del Napoli. “Lui ha cercato di allargare democraticamente la possibilità di parteciparvi anche a club meno blasonati”. Sempre qualche anno fa De Laurentiis dichiarava che “Champions e l’Europa League vanno abolite per un unico torneo, articolato in 80 squadre, cui accedano le prime sette della classifica dei campionati italiano, francese, inglese, tedesco e spagnolo e le prime quattro dei campionati portoghese, olandese, belga, svedese e tutti gli altri. Squadre divise in quattro gironi da venti: 19 partite/giornate di gara per ciascun girone. Gare secche con location estratte a sorte per stabilire il team che gioca la prima in casa e dare il via al calendario. Chiamerei il torneo European Cup, le partite si giocherebbero il martedì, mercoledì e giovedì, rispettando così la collocazione dei campionati nazionali durante il fine settimana”.

 

Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.