Il più grande golpe della storia del calcio è ormai segnato e la sensazione è che i club in questione – dodici al momento, tra i più potenti delle leghe europee – si siano esposti troppo per poter tornare indietro. La SuperLeague si farà: a rappresentare l’Italia ci sono Inter, Milan e Juventus, in ordine di classifica, e non è un caso che siano tre dei sette club che meno di una settimana fa avevano sfiduciato il presidente della Lega Serie A, Paolo Dal Pino. Il motivo? Soldi. Nello specifico, quelli derivanti dalla cessione dei diritti televisivi, che sono andati a Dazn per quanto riguarda il campionato italiano, ma con l’offerta più bassa della storia recente. Inutile girarci intorno, la SuperLeague è una questione di soldi.

Nel calcio di oggi tutto lo è, e la retorica del “merito” sacrificato sull’altare del denaro non regge più. Soprattutto se a farla è l’Uefa, organo toccato principalmente dalla creazione del nuovo torneo, che verrebbe ad essere un vero e proprio surrogato della Champions League, giocato però soltanto dalle squadre più rappresentative. Che il massimo organo del calcio europeo venga a fare la morale sui valori sportivi calpestati dagli interessi economici non sta in piedi: anni e anni di Fair Play Finanziario non hanno fatto altro che generare multe irrisorie per club superpotenti, come Manchester City e Psg, capaci di pagarle con semplicità, e trattate “diversamente” rispetto al Milan, ad esempio, unica società ad aver pagato veramente con l’esclusione dalle coppe per non aver tenuto i conti in ordine.

Proprio il club parigino fa discutere in queste ore: grande assente sulla lista dei club aderenti alla SuperLeague, probabilmente in imbarazzo per il legame tra il presidente Nasser Al-Khelaïfi – coinvolto nell’assegnazione dei prossimi mondiali al Qatar – e i vertici del calcio europeo e mondiale, Uefa e Fifa, adirati con i 12 fondatori. La stessa scelta ricaduta sul paese mediorientale per la rassegna iridata ha suscitato clamore, per via dei diritti umani (non) garantiti e quelli dei lavoratori che hanno organizzato l’evento finiti sotto al tappeto, con 2 morti al giorno nella macchina organizzativa.

Il discorso “soldi” contro “merito”, oppure contro “valori” non si può quindi imbastire. Tuttalpiù si può parlare di “soldi” contro “soldi”, soltanto che con la SuperLega i soldi sarebbero di più. Circa quattro volte tanto, secondo una stima. Il Bayern Monaco, vincitore dell’ultima Champions League, ha portato a casa circa 100 milioni di euro dalla campagna europea. La sola partecipazione al nuovo format dovrebbe fruttare alle squadre tra i 350 e i 400 milioni. Un modello elitario che bada alla propria sopravvivenza in un periodo in cui i bilanci anche delle più grandi iniziano a boccheggiare, vedasi i problemi finanziari dell’Inter che cerca acquirenti e investitori per stare al passo con gli stipendi arretrati.

E pazienza se non c’è più il merito sportivo, il nuovo format punta ad affascinare oltreoceano, e lo spettatore asiatico, piuttosto che quello americano, si interessa poco alla favola Leicester o al sogno dell’Atalanta: vuole vedere Messi, Ronaldo, Salah e Modric che si affrontano tra loro. Accontentarlo, per i nuovi club, vuol dire far schizzare i guadagni. Possiamo fargliene una colpa?

Napoletano, Giornalista praticante, nato nel ’95. Ha collaborato con Fanpage e Avvenire. Laureato in lingue, parla molto bene in inglese e molto male in tedesco. Un master in giornalismo alla Lumsa di Roma. Ex arbitro di calcio. Ossessionato dall'ordine. Appassionato in ordine sparso di politica, Lego, arte, calcio e Simpson.