Il sistema mediatico giudiziario sta provando a mettere in piedi una nuova fiction: Berlusconi e Dell’Utri, la coppia stragista. Roba da ridere, ma non per certa magistratura e per certi giornalisti, abituati, quando serve a qualcuno, a criminalizzare il nemico del momento. Eppure basterebbe dedicare un po’ di tempo, come ha fatto chi scrive dal 2008 al 2013, e scavare negli archivi della Commissione Parlamentare Antimafia per avere la conferma che nel 1993 fu un governo di centrosinistra, con il silenzio e l’avallo delle opposizioni, ad arrendersi allo stragismo mafioso.

Ma andiamo con ordine. Dopo le tragiche morti di Falcone e Borsellino, il mondo politico era letteralmente impaurito. Si navigava a vista. In quel clima di totale sbandamento e confusione, il Capo dello Stato dell’epoca, Oscar Luigi Scalfaro, avviò un’operazione a dir poco opaca. Decise di silurare il Capo del Dap, l’ottimo Dottor Nicolò Amato. Attraverso un intervento extraistituzionale, fece nominare al posto di Amato un suo amico magistrato, Adalberto Capriotti. L’uomo che a soli pochi giorni dal suo insediamento firmò una proposta di revoca del 41 bis per alcune centinaia di mafiosi, camorristi ed appartenenti alla ‘ndrangheta. Volendo così offrire «un segnale di alleggerimento alle organizzazioni criminali». Il Governo Ciampi approvò all’unanimità. Il Ministro Conso firmò il provvedimento. Mancino all’epoca guidava il Viminale, da dove erano giunti più messaggi per arrivare a una distensione con le organizzazioni criminali. Ben presto oltre 500 mafiosi beneficiarono del provvedimento. Non vi fu alcuna trattativa con la mafia portata avanti dall’allora Colonnello Mori, come più volte si è detto e tentato di far credere. Questa è la verità. Al di là di certe sentenze.

Vi fu invece una vera resa dello Stato nei confronti di Cosa Nostra. Un cedimento pesantissimo dello Stato, pensando così di fermare la strategia stragista fatta di bombe ed attentati vari. E il Parlamento dette il suo complice avallo. Nessuno si oppose. Sia a sinistra che a destra. Né il Presidente della Camera Giorgio Napolitano, né il Presidente della Commissione Antimafia Luciano Violante. Tutti muti. Gli unici che accennarono ad una qualche resistenza furono la Dia, il raggruppamento del Ros, ed i Sostituti di Palermo Croce ed Aliquò, che inviarono un garbato fax sul tema. Ma il gesto di resa non produsse effetti. Gli attentati continuarono. Ed è qui che entra in campo un coraggioso e serio magistrato sul quale il “sistema” ha fatto da tempo cadere il silenzio. Il giudice Gabriele Chelazzi, aggiunto della Dda di Firenze, buon amico di Pier Luigi Vigna. Un magistrato che ha ridato dignità all’Italia facendo condannare il Gotha di Cosa Nostra. Chelazzi portò avanti un lavoro certosino.

Nel 2003 arrivò vicinissimo a tutte le responsabilità delle istituzioni e del panorama politico. Aveva interrogato Scalfaro, Ciampi, Conso, Mancino, e il famoso Monsignor Curioni, il Cappellano delle carceri, quando una notte, nel chiuso di una stanza della caserma della Guardia di Finanza in Roma, cessò di vivere. Il giorno precedente aveva scritto una drammatica lettera destinata al Ministero, al Csm, ed altre Istituzioni, con la quale denunciava di essere stato sostanzialmente abbandonato e pesantemente ostacolato dalla magistratura nel corso del suo difficile e complesso lavoro. Quella lettera va letta per intero. La scovai tra gli atti secretati della Commissione Antimafia e la resi pubblica. Vi fu una reazione rabbiosa da parte del Pd. La Capogruppo di quel partito, onorevole Garavini (oggi renziana), chiese le mie dimissioni. Pur se notevolmente isolato non mollai, e continuai il mio lavoro.

Ma torniamo a Chelazzi, l’uomo che, ben 10 anni prima di Ingroia e compagni, aveva capito tutto. Si è detto che Chelazzi sia morto per arresto cardiaco il 17 aprile del 2003 a soli 59 anni. Certo, i grandi dolori e le grandi amarezze possono uccidere… Ricordo che il 2 luglio del 2002 Chelazzi fu ascoltato in Antimafia. Ma per soli 15 minuti. I Parlamentari dell’epoca avevano un impegno in Senato. Il Presidente Roberto Centaro lo ringraziò dicendo che aveva fornito un quadro interessantissimo, che avrebbe comportato «audizioni molto lunghe ed approfondite». Invece Chelazzi non fu più sentito… Quando il Presidente Pisanu, verso la fine della sedicesima legislatura, presentò in Commissione la sua relazione conclusiva su ciò che accadde negli anni delle stragi, tentò maldestramente di cancellare, dopo averlo in una prima fase evidenziato, l’opaco ruolo svolto dal Presidente Scalfaro. Lo contestai duramente. E sta tutto nei verbali. Basta tirarli fuori.

Se qualcuno vorrà avere la bontà di leggere quelle pagine capirà molte cose. In quella stessa occasione chiesi a Pisanu ed alla Commissione di togliere il vincolo della segretezza alla famosa lettera di Chelazzi. Non è stato mai fatto. Un documento che rappresenta un gravissimo atto di accusa nei confronti di alcuni magistrati. Persone che misero in atto ogni serie di ostacoli a un’indagine sulle responsabilità del centrosinistra nel cedimento al ricatto di Cosa Nostra. È un’indagine che probabilmente non si doveva fare. Altro che Berlusconi e Dell’Utri. La nuova telenovela sulla quale il “sistema” ben descritto nel libro di Sallusti e Palamara si sta buttando a pesce in queste ore. All’epoca sostenni che la Procura di Firenze aveva abbandonato il filone delle indagini di Chelazzi fino a trovare il proprio oracolo nel pentito Spatuzza. E mi chiedevo come fosse stato possibile che il Dottor Ingroia a Palermo si fosse elevato ad alfiere del teorema della trattativa Stato/mafia, basato sulle bugie del figlio di un sindaco mafioso (Ciancimino), già egli stesso condannato per riciclaggio di beni mafiosi, salvo poi innestare all’ultimo, su questo teorema fallimentare, una parte delle indagini di Chelazzi quando non era più possibile ignorarle.

Ecco, se si vuol far veramente luce su ciò che accadde in quegli anni terribili bisogna ripartire da tutto il lavoro prodotto da Chelazzi, e non inseguire certo pentitismo che riaffiora in queste ore. Per organizzare un nuovo tormentone nei confronti di Berlusconi e Dell’Utri. Mi auguro che in Parlamento vi sia ancora un drappello di uomini e donne libere. Soprattutto un’area di persone coraggiose, disponibili a non genuflettersi verso la vera casta che condiziona dai tempi di tangentopoli la vita degli Italiani. Nel mondo dei media, grazie a Dio, qualche testata libera e coraggiosa esiste ancora. E di questi tempi non è certo poca cosa.