Alfonso Giordano, classe 1928, è il magistrato siciliano che ha presieduto il maxi processo a Cosa Nostra. Ha accettato di presiederlo quando più di qualcuno, tra i suoi colleghi, adduceva pretesti per declinare: troppe incognite, troppo lavoro e troppi rischi di essere ucciso. E invece il più ampio processo penale della storia è stato concluso dopo un lavoro ciclopico, svolto per il I grado in ventidue mesi serrati: 460 imputati, 200 avvocati, culminato con 19 ergastoli e 4665 anni di pene detentive complessive.

Dopo una vita con il peso della scorta addosso, per le minacce continue di Cosa Nostra, ad appena 92 anni può finalmente dedicarsi a se stesso. Meritato riposo? Mica tanto: quando lo raggiungiamo è immerso nella scrittura del secondo libro, dopo quello dedicato alla storia del maxi processo: una ricostruzione della vicenda di Lucrezia Borgia. Vittima di intrighi di potere e delle maldicenze dell’epoca.

Parliamo di trame più recenti: lei come giudica la tesi della Trattativa Stato-mafia?
Io ho rappresentato lo Stato nel processo più duro contro Cosa Nostra. Il nostro compito era quello di non fare sconti a nessuno, e non ne abbiamo fatti. Diciannove ergastoli comminati insieme e poi confermati in appello e in Cassazione significano che lo Stato con la mafia ci andava giù duro. Alla storia della cosiddetta Trattativa non credo e nessuno che conosce i fatti può credervi. Si era incaricato di smentirla Giovanni Falcone. La aveva considerata una ipotesi inesistente Paolo Borsellino.
Allora proviamo a fissare qualche paletto. Perché poi l’ipotizzata Trattativa la colloca dopo la sua sentenza di primo grado, anzi dopo l’assassinio di Salvo Lima, che non sarebbe riuscito a mitigare la sentenza di Cassazione.
Sono fantasie, per quanto ne so, come conferma la sentenza di assoluzione di Mannino.
Il terzo livello esiste?
Anche su questo presunto terzo livello, troppa fantasia. È stato agitato come uno spettro ma ogni volta che si sono svolte indagini accurate, non sono stati trovati riscontri alle ipotesi. Se ne era occupato Falcone, che lo escludeva completamente: la mafia non accetta suggerimenti e non si presta a cabine di regia congiunte con nessuno.
Cosa ricorda su questo punto nell’istruttoria del maxi processo?
La fecero molto bene Falcone e Borsellino. Conclusero che la mafia era gelosa delle sue cose e che la Commissione, che rappresentava il vertice della Cupola, emetteva le sue sentenze senza dare ascolto né a servizi deviati né a emissari della massoneria, né altri.
Ma il dialogo della mafia con la politica c’era.
In parte c’è sempre stato. Ma sul piano locale, e i politici che prendevano parte al dialogo con Cosa Nostra sono sempre stati quelli siciliani, con incarichi amministrativi. Non c’erano nei nostri riscontri politici di primo piano nazionale.
Lei interrogò personalmente Giulio Andreotti, tra gli altri. Come fu il confronto?
Serio, serrato. Lo andai a sentire a Roma. Andreotti mise a disposizione le informazioni che aveva, negando un suo coinvolgimento diretto. Ma aveva capito il ruolo di Salvo Lima e di Vito Ciancimino. A fine interrogatorio ci fece gli auguri di buon lavoro e non interferì mai, in nessun modo, con le indagini.
Il maxi processo beneficiò delle ampie rivelazioni di Tommaso Buscetta. Che però sui rapporti con la politica non furono così ampie.
È vero, Buscetta non voleva parlare dei rapporti con la politica. Con Falcone accennò al ruolo di Salvo Lima, una volta. Io nel dibattimento lo incalzai ma lui, che pure tirò fuori i nomi di tantissimi mafiosi, non fece nomi di politici. Non so se per paura o per scarse informazioni.
Borsellino voleva andare a fondo e stava indagando sul filone mafia-appalti.
Sì, Borsellino stava stringendo il cerchio sul filone che riguardava più da vicino il sistema delle complicità tra politica e Cosa Nostra, anche con riferimento ad un sistema di corruzione diffuso. Stava indagando su questo nei giorni subito precedenti all’attentato mortale di via D’Amelio.
In quell’occasione scomparve la sua agenda rossa. Ci aiuta a capire che cos’era?
Si è favoleggiato moltissimo su quell’oggetto. Io conoscevo l’ordine meticoloso e l’aggiornamento delle cartelle di indagine di Borsellino, dei suoi uffici con cui mi trovai a lavorare in quegli anni. Non era un uomo che poteva affidare a un quadernetto chissà quali segreti. Aveva una agenda tascabile come la avevamo noialtri; c’erano gli appuntamenti giorno per giorno, gli orari delle riunioni e delle telefonate da fare, e alla fine c’era la rubrica telefonica con i numeri da portarsi dietro, perché parliamo di anni in cui i cellulari non c’erano. Certo è strano che sia sparita, è un mistero chi l’abbia presa e dove sia. Ma escluderei che possa contenere chissà quali rivelazioni.
C’è un florilegio di ipotesi, ci sono pentiti che dicono di averne visto girare anche più copie…
Noi sui collaboratori di giustizia dobbiamo stare molto attenti. I depistaggi esistono sempre. Chiedo ai colleghi magistrati di mettere sempre il massimo dell’attenzione sull’attendibilità di chi collabora, perché le finalità della collaborazione sono sempre diverse da quelle che noi immaginiamo. Ciascuno ha in mente una propria mappa di convenienze e connivenze, di interessi particolari. E se raccomando attenzione ai magistrati, figuriamoci ai giornalisti. Chi ricostruisce reportage sulla base di dichiarazioni di presunti pentiti inattendibili non fa un servizio alla verità dei fatti.
Salvatore Baiardo, il gelataio di Omegna, sostiene che Berlusconi sia venuto in Sicilia quattro volte per incontrare i fratelli Graviano.
Mi sembra inverosimile, e non risulta da nessun riscontro, né dalle rivelazioni di Buscetta. Sa cosa penso? Che sia una voce che favorisce i fratelli Graviano, perché li riveste di un’autorevolezza un po’ superiore a quella che avevano. Si vogliono far passare per depositari di segreti che in realtà non esistono.
Che ruolo ha avuto Berlusconi rispetto a Cosa Nostra?
Per quel che so Berlusconi ha avuto delle minacce da Cosa Nostra, sia dal punto di vista economico, sia da quello fisico. Tramite Dell’Utri, di cui si fidava, accettò di assumere Mangano, un personaggio incaricato da Pippo Calò di tenere Berlusconi sotto protezione. Come è noto abbiamo condannato Calò e Mangano, dopo aver acquisito tantissima documentazione. Agli atti non risulta niente di più su Berlusconi, ma vedo che il suo nome continua a circolare a prescindere.
Del maxi processo rimane epico, tra i tanti, il momento del confronto Buscetta-Calò. Come vide reagire Calò alle pesanti accuse che gli venivano rivolte?
Calò era bravo a dissimulare, non cambiava mai espressione, anche quando li mettemmo seduti fianco a fianco. Ma quando Buscetta iniziò a parlare degli omicidi commessi personalmente da Calò, lo vidi prima sbiancare all’improvviso, poi irrigidirsi, con gli occhi sgranati. Ero in quel momento a pochi metri davanti a lui. Buscetta gli disse: “Come hai potuto ammazzare La Licata che era tuo amico, con le tue mani?”. Buscetta provò a negare perfino di conoscerlo: “La Licata chi è?”, e Buscetta lo incastrò: “Ma se hai condiviso con lui anche la cella”, e fece cenno a noi magistrati di andare a verificare sui registri carcerari. Fu l’inizio di una lista di omicidi. Calò capì in quel momento di essere finito, gli stava piombando davanti la realtà. Trasecolò.
È in questi giorni a Palermo l’appello Stato-mafia, come andrà a finire?
Le sentenze del processo a Mannino mettono in chiaro ruoli e dinamiche: non è esistita. Che qualche elemento dello Stato possa aver parlato con qualche elemento della mafia, non lo escludo. Ma non per rispondere a un interesse generale, a un disegno complottistico come quello di cui si legge. Ho conosciuto sul campo il valore di uomini che hanno sfidato la morte centinaia di volte, pur di contrastare Cosa Nostra. E vedere i loro nomi in quel processo mi fa male, mi creda.
Il Generale Mario Mori, per esempio?
Mori, per esempio, certo. Uno che colpiva con grande decisione la criminalità organizzata, a cui lo Stato dovrebbe gratitudine, piuttosto. Ha avuto interlocuzioni, ha cercato informatori, ha seguito la pista di qualche infiltrato che riferiva? Io ho potuto condannare sulla base delle operazioni che ha portato a termine Mori, se vuole la mia testimonianza è questa.
Oggi c’è un processo mediatico che partecipa del processo in aula, magari provando a influenzarlo?
C’è una esagerazione, un giustizialismo mediatico. Con una preponderanza sull’interpretazione dei fatti. I fatti andrebbero trattati quali sono, e non come forse sono, o come forse vorremmo che fossero andati. Qui c’è una confusione di ruoli che secondo me è dovuta alla televisione, a un linguaggio poco accurato che mal si concilia con l’attenzione certosina di tutti i dettagli della ricostruzione dei fatti, cosa di cui invece si incarica il processo. Un difetto che si è aggravato nel tempo.

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Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.