È in corso a Palermo, in appello, il famoso processo Stato-Mafia. Sapete di cosa si tratta, immagino. È una fantasiosa costruzione secondo la quale nel 1992 il colonnello Mori (cioè l’uomo che ha arrestato Riina, ha collaborato con Falcone, è stato la spalla di Dalla Chiesa, ha condotto una sconvolgente inchiesta chiamata mafia-appalti sui rapporti tra cosche e imprenditoria del Nord) tramò e trattò con la mafia insieme a Marcello Dell’Utri.

Non si sa a quale scopo trattò, né cosa offrì in cambio. Si sa però che non diede niente in cambio, e che rase al suolo il vertice di Cosa Nostra. Mori – secondo l’accusa – trattò in qualità di dirigente dei Ros, Dell’Utri in qualità di futuro uomo di governo. All’epoca Dell’Utri non era in politica, ma gli investigatori hanno immaginato che la mafia sapesse che sarebbe entrato in politica e avrebbe vinto le elezioni del ’94 con la nuova legge elettorale approvata due anni dopo l’ipotetica trattativa. Geni. Insomma, lasciatemelo dire: una bufala. Già smontata, peraltro, in vari altri processi paralleli nei quali Mori e diversi imputati sono stati assolti in tutti i gradi di giudizio. Però il processo va avanti. Sostenuto da giornali e Tv più o meno come la curva Sud sostiene la Roma.

Ieri è successa una cosa straordinaria. La trasmissione Report ha dedicato una puntata al processo Stato-mafia, mentre il processo è in corso. E ha sostenuto in modo persino sbracciato le tesi dell’accusa. Anzi, è andata oltre. Ha spiegato che in Italia tutti gli atti di terrorismo o di violenza politica tra gli anni ottanta e i novanta sono riconducibili a una sola grande organizzazione, della quale la mafia era solo una pedina, una rotella piccola e ignorante, e che – a occhio – era guidata da Berlusconi e Dell’Utri. La trasmissione era tirata via con una certa cialtroneria. Testimoni incredibili, tesi stropicciate, pentiti notoriamente farlocchi (come spiega il nostro Berneri), ipotesi generale oltre la fantascienza, da romanzetto giallo scadente.

Ma i fatti gravi, e indiscutibilmente gravi, sono tre.

Primo: l’intervento della Tv a processo in corso. E in un processo nel quale deciderà una giuria popolare, dunque influenzabile, ovviamente. Secondo: non stiamo parlando di una stazione televisiva privata, ma della Rai, servizio pubblico. Terzo: a questa trasmissione stramiciata hanno partecipato magistrati che ricoprono ruoli molto importanti. Il procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato, cioè il responsabile dell’accusa in sede di processo d’appello. E un membro del Csm, come Nino Di Matteo, che è anche uno dei magistrati che ha sostenuto l’accusa in primo grado. C’erano anche avvocati della difesa? No, neanche traccia. C’era qualcuno che metteva in discussione il teorema “la mafia non esiste il delinquente è Berlusconi”. No, nessuno.

Io chiedo: 1) il Csm esiste ancora? E se esiste vorrà intervenire in questo scandalo? Non ci sono molti dubbi sul fatto che è stata recata violenza al processo di Palermo. La giuria è stata strattonata, sottoposta a una formidabile pressione. La magistratura ora è in grado di riparare a questo errore clamoroso e di richiamare all’ordine i suoi membri che si comportano come degli agitatori politici?
2) Lo stesso Csm , che dovrebbe essere quantomai super partes e garantire i cittadini, non solo i magistrati, interverrà sulla condotta dell’ex Pm Di Matteo, suo membro, che già una volta fu messo alla porta dal procuratore antimafia Cafiero de Raho perché rilasciava interviste di qua e di là?
3) La commissione vigilanza del Parlamento, che in genere si occupa di cose molto amene, chiederà conto ai responsabili della Rai di questo obbrobrio e di questo sgarro alla cultura democratica? E come riparerà? Io credo che sarà necessario imporre alla Rai una trasmissione di riparazione, da organizzare subito, prima della sentenza, e da affidare a un giornalista indipendente, serio e preparato. Propongo Paolo Liguori.

https://video.ilriformista.it/report-su-trattativa-stato-mafia-SQ6fAjua8J

Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.