Il caso
Travaglio vuole querelare la procura di Milano: la faccia tosta dopo la figuraccia sul caso Minetti
Marco Travaglio, da Lilli Gruber, ha annunciato che il Fatto Quotidiano intende querelare la Procura Generale di Milano. Il motivo? La Procuratrice Francesca Nanni ha riferito al Ministro e al Quirinale che i fatti pubblicati dal suo giornale sul caso Minetti «non corrispondono al vero». Un comunicato istituzionale dovuto, redatto nell’esercizio di una funzione pubblica, è diventato, nell’architettura mentale di Travaglio, un atto diffamatorio. Coraggio, senza dubbio. Del tipo che i romani chiamavano audacia: quella di chi non ha più nulla da perdere.
Ricapitoliamo. Il Fatto aveva costruito un teorema in cinquanta articoli: Minetti ai festini con droga e sesso in Uruguay, l’adozione del figlio irregolare, la grazia ottenuta con un raggiro ai danni del Quirinale. Le fonti? Una massaggiatrice, prima anonima e poi — dopo che lo scoop era già uscito — con nome. A completare il quadro ci aveva pensato Ranucci, che a È Sempre Cartabianca aveva alzato ulteriormente il tiro: «Una fonte ci ha detto di aver visto il ministro Nordio nel ranch di Cipriani in Uruguay». Annunciando, con il cipiglio di chi sta per svelare il Watergate, che stavano «verificando». Il giornalismo performativo ha inventato un nuovo genere: la notizia in gerundio. Non la si verifica prima di darla — la si dà mentre si finge di verificarla, sapendo che la smentita avrà un decimo della platea.
La Procura ha fatto invece quello che deve fare un’istituzione seria: ha attivato i carabinieri e l’Interpol, ha incrociato le fonti, ha acquisito dichiarazioni. Risultato netto: nessun procedimento a carico di Minetti e Cipriani; le affermazioni della massaggiatrice smentite da numerose testimonianze; il quadro sanitario del figlio confermato dal Boston Children’s Hospital; Nordio mai nel ranch di nessuno. Non ha accusato il Fatto di nulla. Ha semplicemente riferito la verità all’autorità competente, come prevede la legge. Voltaire aveva capito che la libertà di critica esige un correlato: la responsabilità di chi critica. Il direttore risponde di tutto ciò che pubblica il suo giornale — lo dice la legge sulla stampa del 1948. Quando la fonte è una massaggiatrice e la smentita arriva dall’Interpol, la risposta civile non è la querela contro la Procura Generale. Ci si siede, si medita, e si spiega ai lettori dove si è sbagliato.
In questo teatrino, le vittime vere sono due: Nicole Minetti, la cui reputazione è stata demolita su fonti non verificate davanti a milioni di persone; e le istituzioni della Repubblica, usate come sfondo per fare audience. Questa è la legalità di Travaglio. Fra la verità del Fatto e quella della Procura Generale, noi crediamo alla Procura. Non perché le istituzioni abbiano sempre ragione. Ma perché stavolta si sono usati l’Interpol, i carabinieri, le testimonianze. Non una massaggiatrice anonima — poi con nome — dopo che lo scoop era già in edicola. Marco Travaglio lo sa. Per questo è arrabbiato.
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