Strano Paese l’Italia. Sembra il Paese dei campanelli, parodia della moralità convenzionale e dell’ipocrisia. Il caso della grazia concessa dal Quirinale a Nicole Minetti, legato all’adozione di un bambino uruguaiano gravemente malato, ha scatenato un putiferio politico-mediatico fino a sfiorare, impropriamente, una crisi istituzionale. A far esplodere il caso è stato un servizio de Il Fatto Quotidiano.

Il bambino

Al centro della vicenda c’è un bambino abbandonato, bisognoso di cure altamente specialistiche, disponibili — secondo quanto si apprende — negli Stati Uniti, a Boston. Una storia che qualcuno ha tentato di piegare alla polemica, riducendola a terreno di scontro politico, e mettendo in secondo piano il dato umano: la possibilità di cura per un minore in condizioni gravi. Il Capo dello Stato è intervenuto esercitando una prerogativa costituzionale — la concessione della grazia — nell’ambito di un quadro normativo definito e sulla base di valutazioni di carattere umanitario. Minetti, infatti, non avrebbe potuto lasciare l’Italia per effetto di una condanna definitiva, e ciò avrebbe potuto incidere sul percorso di cura del minore.

La grazia non è un atto arbitrario

Questo è il punto istituzionale: la grazia non è un atto arbitrario, ma uno strumento previsto dall’ordinamento, soggetto a istruttoria e verifiche. Resta fermo, tuttavia, che ogni valutazione definitiva deve essere rimessa agli accertamenti in corso. Attorno a questa vicenda si è sviluppata una contrapposizione che ha coinvolto il Quirinale, il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, e la Procura di Milano.

La vicenda del ministro

Il ministro è stato oggetto di un’offensiva politica spesso sopra le righe, culminata anche in accuse — poi rivelatesi infondate — circa una sua presunta visita in Uruguay, nel ranch della coppia Minetti e Cipriani. Un episodio che segnala un deterioramento del confronto pubblico, dove l’insinuazione rischia di precedere la verifica. Sulla vicenda sono in corso accertamenti e spetterà alla magistratura stabilire se emergano profili critici. Allo stato, le informazioni disponibili — anche provenienti dall’Uruguay — non evidenziano irregolarità manifeste, ma proprio per questo è opportuno mantenere un atteggiamento prudente, evitando conclusioni affrettate. Ciò che colpisce è la leggerezza con cui è stato chiamato in causa il Quirinale. In un sistema istituzionale già attraversato da tensioni, evocare responsabilità del Capo dello Stato senza riscontri definitivi significa alzare il livello dello scontro fino a lambire una possibile crisi di sistema. È un passaggio delicato, che segna il rischio di uno slittamento dalla dialettica politica alla delegittimazione delle istituzioni.

A chi giova?

Nemmeno nelle fasi più dure della contrapposizione ideologica — durante la Guerra fredda — si era assistito a una tale esposizione del vertice dello Stato su basi ancora incerte. Ed è proprio questa incertezza a imporre cautela: solo l’esito delle verifiche potrà chiarire se vi siano state irregolarità o se, al contrario, il caso sia stato amplificato oltre misura. E allora la domanda finale è inevitabile: cui prodest? A chi giova trasformare un atto costituzionale, sottoposto a procedure e controlli, in un caso politico-mediatico capace di coinvolgere il Quirinale, il Governo e la magistratura. Se tutto — dalla grazia all’adozione — risulterà conforme alle leggi italiane e uruguaiane, resterà un interrogativo politico: non la ricerca della verità, ma la costruzione del bersaglio. Ed è un gioco pericoloso. Perché quando si logorano le istituzioni per convenienza o per visibilità, non perde una parte: perde lo Stato.