«In diverse circostanze ho segnalato i problemi dell’ufficio, ma la risposta della politica è stata insufficiente»: Adriana Pangia è stata per quasi cinque anni presidente del Tribunale di Sorveglianza di Napoli. In quella veste ha più volte bussato alla porta non solo del Ministero della Giustizia e del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, ma anche della Regione Campania e del Comune di Napoli, per ottenere il personale indispensabile per far funzionare l’ufficio.

Quindi l’ha fatto ben prima che si consumasse lo scontro tra avvocati e magistrati al quale si assiste in questi giorni, con le Camere penali che minacciano l’astensione dalle udienze e i vertici del Tribunale che, col sostegno dell’Anm, chiedono al Csm di aprire una pratica a tutela. In tutti i casi, però, la risposta di politici e amministratori è stata assai modesta: un paio di assistenti in più in un caso, un magistrato in un altro. Poca roba, di sicuro non adeguata alle esigenze dell’area Sorveglianza che deve fare i conti con 52mila procedimenti arretrati. «Nei miei anni alla presidenza del Tribunale – racconta Pangia – avrò fatto almeno dieci segnalazioni, due delle quali pubbliche: a febbraio 2020, quando organizzai una conferenza stampa, e in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario». Dal Ministero è arrivato un magistrato per l’ufficio di Santa Maria Capua Vetere, poi uno per quello di Napoli, infine due amministrativi. Nel corso degli anni il Dap ha concesso diversi agenti di polizia penitenziaria: attualmente sono sei quelli distaccati presso la Sorveglianza. Da Regione e Comune, invece, non è stato possibile ottenere nemmeno un’unità di personale o un lavoratore socialmente utile. Così il Tribunale ha raggiunto quella scopertura del personale amministrativo tra il 40 e il 50% che oggi rallenta le decisioni sulla libertà anticipata dei detenuti e rende difficoltosa persino l’istruttoria di alcune pratiche, come evidenziato dalle Camere penali di Napoli e dintorni.

«C’è da dire – aggiunge Pangia – che, all’epoca del mio insediamento a maggio del 2016, la situazione era già grave ma si è poi ulteriormente incancrenita a causa dei pensionamenti». Emblematici i casi di un cancelliere, che per lungo tempo si è assentato dal lavoro per motivi familiari e ha successivamente lasciato il posto per sopraggiunti limiti di età, e di un commesso, improvvisamente arrestato. Ecco perché la risposta offerta da politici e amministratori alle numerose sollecitazioni di Pangia sembra ancora più inadeguata. «All’inizio del 2020 non riuscii a discutere dei problemi del Tribunale con la dirigente del Ministero con la quale ero riuscita a fissare un appuntamento – continua l’ex presidente della Sorveglianza – Di lì a qualche settimana incontrai un componente del gabinetto dell’allora ministro Alfonso Bonafede, dopodiché all’ufficio furono assegnate due unità di personale. In questo modo, però, gestire un ufficio con un carico di lavoro così massiccio diventa umanamente impossibile. Quindi non posso dire che il Tribunale di Sorveglianza di Napoli sia stato abbandonato dalla politica, ma è certo che la politica non ha fatto abbastanza per quell’ufficio».

Ora la sfida è duplice. Da una parte bisogna rafforzare un Tribunale di fondamentale importanza perché chiamato a occuparsi di vicende che coinvolgono i diritti e la libertà delle persone. Dall’altra occorre ricomporre la frattura tra avvocati e magistrati sulla quale il Csm potrebbe esprimersi già nelle prossime settimane. Come si fa? «Integrando il personale del Tribunale – conclude Pangia – Servono almeno dieci amministrativi, senza dimenticare il presidente: la collega Angelica Di Giovanni, che ha preso il mio posto nei mesi scorsi, è una facente funzioni ma il Tribunale ha bisogno di una guida stabile e definitiva. Il Csm non dovrebbe dimenticarlo».