Quasi tutte le inchieste più clamorose sono nate da una conversazione captata per caso. La maggior parte di esse è approdata a pronunce di gip o Tribunale del Riesame che hanno demolito la gravità indiziaria e dichiarato la inutilizzabilità delle intercettazioni oppure si è conclusa con archiviazioni chieste dai pm a conclusione della fase investigativa o disposte dai giudici con sentenze di non luogo a procedere o di assoluzione a seconda del grado di giudizio a cui si arrivava.

Le più recenti storie che hanno attirato l’attenzione delle cronache giudiziarie, dal caso dell’ex senatore antimafia Lorenzo Diana a quello dei parlamentari di Forza Italia Luigi Cesaro e Antonio Pentangelo e, proprio l’altro giorno, al caso del presidente del Consiglio regionale Gennaro Oliviero, sono vicende che si intrecciano con il tema delle cosiddette “intercettazioni a strascico”, casi cioè in cui i sospetti investigativi e i capi di imputazione contestati dalla Procura si sono sviluppati a partire dal contenuto di intercettazioni che non sarebbe stato possibile autorizzare per le fattispecie di reato contestate, ma che alla fine sono state eseguite solo perché avevano ricevuto l’ok per tutt’altra tipologia di reati, nell’ambito di altri procedimenti e quindi per fatti completamente diversi.

Una pratica, quella delle “intercettazioni a strascico”, tra l’altro bocciata dalla Corte di Cassazione. Esattamente un anno fa, infatti, le Sezioni Unite si sono pronunciate sul delicato aspetto del collegamento probatorio tra procedimenti diversi, invertendo la tendenza che si era andata consolidando negli ultimi venti anni e impendendo l’uso indiscriminato delle intercettazioni. È vero che molte delle inchieste arrivate a una svolta in tempi recenti sono frutto di un lavoro investigativo che risale a qualche anno fa e sono quindi antecedenti rispetto ai nuovi dettami della Cassazione, ma è pur vero che a un anno dalla sentenza Cavallo la pratica delle intercettazioni a strascico sembra ancora dura a morire e resta alla base di molte inchieste.

Il tema è assai complesso non solo in termini di diritto e di tutela dei diritti (basti pensare che il nuovo decreto sulle intercettazioni ha comunque rimescolato le carte in tavola, riaprendo la discussione su ambiti di azione del pubblico ministero, utilizzo dei trojan e così via). Il tema assume importanza anche se si pondera la facilità con cui conversazioni, captate per caso ed estrapolate dallo scenario investigativo per il quale erano consentite, possono prestarsi a equivoci. E quanti equivoci hanno generato errori giudiziari, quante conversazioni intercettate hanno interrotto carriere e devastato vite per interpretazioni che si sono poi rivelate errate.

Quello sulle intercettazioni, dunque, continua a essere uno degli eterni dibattiti della giustizia, il punto dove mai si raggiunge un vero equilibro tra le esigenze di giustizia e legalità e il rispetto delle garanzie e dei diritti del singolo individuo. E la questione continua a essere non solo giuridica ma anche culturale. «Nel settembre 2020 è entrata in vigore la nuova disciplina sulle intercettazioni che, di fatto, ha sterilizzato gli effetti dei principi di innegabile civiltà giuridica affermati dalle Sezioni Unite con la sentenza Cavallo», spiega l’avvocato Marco Campora, presidente della Camera penale di Napoli. «I giudici di legittimità avevano, come è noto, stabilito dei limiti alla circolazione del materiale captato nei procedimenti diversi da quello per il quale era stata disposta l’intercettazione – aggiunge – È evidente che i principi giuridici della sentenza Cavallo hanno inciso su una serie di indagini e su molteplici processi. Il tema, però, è di natura culturale e costituzionale, oltre che giurisprudenziale».

«La nuova disciplina emanata dall’ultimo Governo – osserva l’avvocato Campora – si giustifica, evidentemente, nella volontà di venire incontro alle spinte inquisitorie, affinché fosse consentita la cosiddetta “pesca a strascico” dei reati tramite intercettazioni. È quindi innegabile – conclude – che la cultura dell’inquisizione continua ad essere predominante nel nostro Paese tanto da porre nel nulla anche gli interventi garantisti della Suprema Corte».

Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).