È il giorno del trionfo del trojan, il virus-spia che invaderà le nostre vite più di quello cui ci siamo quasi abituati, il corona. Non rimane che dichiararsi prigionieri politici. Nelle mani dei potentissimi pubblici ministeri, i quali, con la riforma che entrerà in vigore oggi primo settembre, strappano con le unghie e con i denti alle forze di polizia il potere di intercettare, cioè di controllare la nostra vita fin dentro l’intimità della famiglia, della casa. A mani libere, e anche con potere di colpire sotto la cintura. A loro il compito di esercitare il controllo su captazioni di ogni ordine e grado, di verificarne la rilevanza ai fini investigativi, di archiviare. I nostri eventuali segreti nelle mani dei magistrati dell’accusa, in modo che, si dice, ne sia meglio tutelata la riservatezza. E non si capisce, per chi abbia frequentato qualche aula o corridoio di giustizia, o anche solo letto le cronache giudiziarie dei giornali, se sia meglio, dal punto di vista dell’onorabilità del cittadino, cascare nella padella o direttamente tra le braci.

C’è però una valvola di sicurezza, ed è quello che riguarda l’esclusione di “espressioni lesive della reputazione personale” oppure di dati personali sensibili. Ma c’è un ma, il solito “salvo che” usato a piene mani, in particolare dagli antenati del Pd, per affossare una norma che abbia troppo il sapore di difesa dei diritti individuali. Il “salvo che” del comma 2 bis dell’articolo 268 completa la frase con “si tratti di intercettazioni rilevanti ai fini delle indagini”. Ecco servito il piattino. Così, quando, soprattutto nei processi politici, si apprenderà dai giornali che qualcuno, intercettato, ci ha dato della puttana, potremo consolarci con il pensiero che quell’apprezzamento è stato utile alla scoperta di un reato. Forse, o forse no. Ma intanto l’epiteto resta.

E si attua, un anno dopo la legge “spazzacorrotti”, il completamento dell’equiparazione dei reati contro la Pubblica Amministrazione a quelli di mafia e terrorismo. Si allarga addirittura il diritto di captazione anche agli incaricati di pubblico servizio, in termini così ampi e generici da domandarsi se il ministro Bonafede abbia in antipatia persino i bidelli e i custodi di cimiteri. Ci sono questioni tecnico-politiche molto serie e molto pericolose in questa riforma che spinge sempre di più l’agognato sistema processuale accusatorio nell’inferno di una rinnovata inquisizione. Ne saranno felici quei magistrati come il procuratore Gratteri, che vorrebbe smontare la Calabria come una costruzione di Lego o come il consigliere Davigo che invece sognava di rivoltare l’Italia come un calzino.

Il nuovo provvedimento infatti consente di utilizzare i risultati acquisiti con le intercettazioni anche in processi diversi da quello in cui si sta indagando. Vedremo così nuovi fascicoli ricchi di trascrizioni e di chiacchierate che volteggiamo da un processo all’altro, da un’aula all’altra, da un imputato all’altro. Persone, fatti e situazioni magari lontani e diversissimi tra loro, ma che vengono accomunati a loro insaputa da un presunto comune destino. Ma, fatto forse ancora più grave, i risultati delle captazioni del virus-spia potranno essere utilizzati anche per reati diversi da quelli per cui l’intercettazione è stata disposta. Come a dire che ti ascolto perché ti sospetto come corrotto, scopro che non lo sei, ma colgo l’occasione per processarti come mafioso. Del resto un concorso esterno non si nega a nessuno, giusto? Meglio dichiararsi prigionieri politici. Capito, Palamara?