Pretendere di riformare l’ordinamento giudiziario senza avere chiare le cause reali dei suoi malanni, è come voler curare una infezione ignorandone il germe patogeno. È proprio questo il caso del velleitario disegno di legge appena licenziato dal governo. Si dice di voler affrancare il nostro sistema giudiziario dal mortifero giogo delle correnti, restituendo il governo della magistratura e della giurisdizione a limpide dinamiche meritocratiche. Senonchè il governo giallorosso si guarda bene dal mettere mano alla assurda anomalia italiana, unica al mondo – ripeto: unica al mondo – che dal 1970 ha eliminato ogni valutazione di merito nella progressione in carriera dei magistrati.

A meno che il magistrato non sia uno squilibrato o un conclamato criminale, basta aver vinto il concorso di accesso alla professione per avere la certezza – in una percentuale che oscilla tra il 97,6 ed il 99,1 % – di concludere la carriera con grado e stipendio da consigliere di Cassazione. Non ci sono più le promozioni, pur pretese dalla Costituzione, ma le “valutazioni di professionalità”, con i risultati che ho appena ricordato. In Francia i magistrati meritevoli di ambire ai vertici di carriera sono in media il 9%, in Germania ancora di meno. Da noi oltre il 25%, vale a dire pressocchè il 100% dei magistrati al massimo di anzianità di carriera in quel momento.

Dunque, come facciamo a distinguere il meritevole? Quando ti trovi a dover nominare – per dire – il Procuratore della Repubblica di Roma, i cinque o sei aspiranti avranno più o meno curricula tra di loro indistinguibili, sicché necessariamente la scelta seguirà altre logiche: di appartenenza, di visibilità politica, di continuità gestionale, ma comunque indifferenti al merito. La riforma ipocritamente introduce una cervellotica griglia di criteri – una decina – pretesamente oggettivi, che diventerà terreno ancor più fertile per le abili tecnicalità manovriere dei leader delle varie correnti. Perché il ministro Bonafede non ha messo mano a quell’assurdo unicum mondiale che connota il nostro ordinamento giudiziario? Ma è molto semplice: perché l’ordine giudiziario, cioè il potere più incontrollabile e invincibile del nostro sistema democratico, non glielo permette. E il nostro ministro, prudente e consapevole, pensa bene di tenersi lontano dai fili dell’alta tensione.
Non è il primo, non sarà l’ultimo purtroppo, e l’intera compagine governativa (forse anche parte della opposizione) la pensa come lui.
Meglio non prendere di petto la magistratura italiana mettendo mano ai privilegi che essa si è avidamente assegnata soprattutto in questo ultimo cinquantennio di storia repubblicana.

Dunque, tutte chiacchiere, questa riforma, “chiacchiere e distintivo”, spacciate per riforme epocali giusto per guadagnare titoli su giornali ben disposti a spacciare a piene mani propaganda elettorale. Non paghi di produrre il nulla in punto di meriti carrieristici, i nostri governanti disegnano di introdurre una modifica del sistema elettorale tanto ingarbugliata quanto inidonea allo scopo (di liberazione dal giogo correntizio) come già denunciato da più componenti della stessa magistratura. Come se non bastasse, hanno concepito una follia -complimenti vivissimi!- che consegnerà anche il Csm (come già accaduto con l’Anm) al dominio incontrastato dei magistrati del pubblico ministero.

La riforma infatti elimina – Dio solo sa perché – la ripartizione dei componenti da eleggere al Csm tra magistrati giudicanti e requirenti. Cosa accadrà ce lo dice con certezza la trentennale esperienza elettorale dei vertici dell’Anm, dove i Pubblici Ministeri -che, per la cronaca, sono scarso il 20% del corpo elettorale togato- dominano incontrastati, come se fossero invece l’80%. La magistratura inquirente, come si sa, è quella che conta politicamente e mediaticamente, e i magistrati italiani, nella loro assoluta maggioranza, evidentemente anelano a essere rappresentati dai Gratteri, i Di Matteo, i Davigo, insomma gli eroi delle manette (come vadano a finire poi le loro inchieste, a chi importa? A chi importa del giudizio dei giudici? Nulla, in primis ai giudici medesimi!).

Ecco, questo accadrà ora anche nella composizione dell’organo di autogoverno della Magistratura. Sarà il definitivo trionfo degli uffici di Procura, il governo della giurisdizione -dalle nomine dei Presidenti di Tribunali, Corte di Appello e Cassazione fino al controllo disciplinare- nelle mani di un manipolo di magistrati inquirenti. E poi c’è chi ha pure la faccia tosta di chiedere a noi avvocati penalisti: ma che c’entra la separazione delle carriere con la riforma dell’ordinamento giudiziario? Ecco, appunto.