Vogliono fare dell’ex sindaco di Lodi, Simone Uggetti, un martire. Il martire di cui non c’era bisogno, perché i colpi di coda di una giustizia tritacarne erano già molti. Chi ha impugnato la sentenza di assoluzione in Appello, e adesso lo vuole tornare a giudicare in Cassazione, ce la mette tutta per riaccendere la fiamma sotto al rogo dell’inquisizione. Il video con cui Uggetti si è sfogato ieri è diventato subito virale, in Rete. Riaccende la riflessione sull’urgenza di correre a votare per i Referendum, ma anche di mettere mano a un provvedimento normativo che metta dei paletti, come nel sistema americano.

Nelle motivazioni dell’appello i giudici avevano scritto che non c’era stato “nessuno sviamento di potere”, né “una incidenza indebita e collusiva sul bando di gara”. Ce l’hanno con lei?
Più che la ricerca di un giudizio sereno, sembra che questa sia una campagna di accanimento nei miei confronti. Sono entrato, mio malgrado, in un meccanismo molto più grande di me, che non faccio più il sindaco da sei anni e che ero sindaco di un capoluogo non tra i più grandi…

Che spiegazione si è dato?
Sono stato e sono utile ad una rappresentazione di una duplice lotta di potere. Una in parte interna alla magistratura e una tra la magistratura e la politica, dove le due fazioni dei Cinque Stelle hanno sviluppato opinioni diverse e il Fatto Quotidiano, che è il vero conduttore della linea politica di Conte, sta influenzando su questa e altre vicende quel leader politico in contrapposizione a Di Maio per le famose scuse. Mi sembra tutto molto assurdo e molto ingiusto.

Quando dice che ci sono anche dinamiche di lotta tra le correnti, da sistema Palamara, per intenderci, a cosa si riferisce?
Io non le so individuare e non le conosco, però percepisco che c’è dell’altro. Perché l’attenzione così spasmodica ad un processo come il mio rivela altre cose, altri intenti. Io avevo avuto una condanna in primo grado a dieci mesi, dove sia il Tribunale di primo grado che mi ha condannato, sia la Corte d’Appello che mi ha assolto, con giudice monocratico e con corte collegiale, dicono che ho agito per interesse pubblico, su un bando di gara del valore di 5mila euro perché avrei favorito una società partecipata al 50% da un’azienda pubblica. E sono andato in carcere.

Appunto, e già quella è un’anomalia giudiziaria. Che qualcuno oggi sembra rivendicare.
Sì, tutto questo clamore intorno alla mia vicenda nasce da un altro errore giudiziario, evidente e appunto clamoroso, che è stato l’arresto. Perché se avessi avuto solo un avviso di garanzia, come purtroppo altri sindaci hanno avuto la sventura di ricevere, questa vicenda sarebbe stata tutta diversa. Non ci sarebbe stata alterazione democratica: avrei dovuto dimettermi, mi sarei difeso in maniera più serena. Sarebbe stato un processo normale. E invece è stato viziato ab origine da un errore della magistratura. Che per non smentirsi perpetua quel tipo di atteggiamento.

L’accanimento giudiziario d’altronde è previsto. È normato. Provò ad arginarlo la legge Cirielli, che nel 2006 fu parzialmente bocciata dalla Corte Costituzionale. Oggi ci riprova il senatore Dal Mas, che propone di vietare i ricorsi contro gli imputati assolti.
Sarebbe un principio di civiltà giuridica, anche perché c’è una asimmetria di poteri e di forze che non può non essere costituzionalmente tutelata. Il tema è: l’amministrazione della giustizia dello Stato è un servizio che deve servire i cittadini o deve servire i giudici? Se facciamo una riforma sanitaria, la facciamo per i medici o la facciamo per i pazienti? La riforma scolastica si deve fare per i dirigenti scolastici o per gli studenti? Le scelte politiche in democrazia non servono le élite, al contrario: devono andare incontro ai cittadini, ai meno potenti, ai meno garantiti.

Su questo c’è un ritardo della sinistra riformista.
Un ritardo storico che nasce nel 1992. C’è da allora un deficit di subalternità culturale rispetto al potere giudiziario, a volte un eccesso di timidezza per non andare a comprimere interessi elettorali. Adesso si è aggiunto il tema dell’alleanza con il Movimento Cinque Stelle.

Cosa vorrebbe dire al Pd?
Ringrazio i tantissimi che mi hanno espresso solidarietà. Sto ricevendo privatamente molti messaggi. Ma bisogna avere, se si fa politica, la forza e la determinazione di tradurli in fatti, in un equilibrio diverso.

Sono passati quattro anni da quando Burzi si suicidò perché dopo essere stato assolto la magistratura lo provò a riportare in giudizio per gli stessi fatti. La politica promise di dare risposta e invece niente è stato fatto.
Non è banale, la questione che pone. C’è chi gioca a dadi con la vita delle persone. Ci sono tanti modi di reagire, gli elementi di sofferenza sono enormi. Burzi non ha retto e per quella morte non pagherà nessuno. Perché ad essere rimessi sulla graticola due volte, ignorando l’assoluzione, si vive una pena afflittiva profondissima.

Mai arrendersi.
Mai. Si sceglie di far politica per cambiare lo stato delle cose. L’abuso d’ufficio, la paura della firma sono elementi su cui chi si definisce riformista non può più chiudere gli occhi. Spero che questa mia vicenda porti a una riflessione vera.

Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.