Caro direttore,
Questa volta non siamo d’accordo. E, siccome si tratta di una faccenda per noi tutti importante, è per me urgente scrivertene proprio qui dove – a mio giudizio pericolosamente, e come altrove – sta maturando.  Dunque: è difficile non condividere nel merito le manifestazioni di critica che presso ambienti anche alti della magistratura si sono registrate a proposito delle recenti riforme in materia di giustizia (prescrizione, “spazzacorrotti”, eccetera). E ancora: è ben comprensibile che chi condivide quei giudizi critici si compiaccia del fatto che essi siano tanto autorevolmente rinfacciati alle forze politiche che hanno approvato o lasciato correre quelle riforme. Ma non va bene.

Con inevitabile soddisfazione ho assistito agli imbarazzi dei governanti, e dei magistrati che ne sostengono l’azione, davanti ai capi di tanti uffici giudiziari che impietosamente snocciolavano i troppi motivi di pericolosità e incompatibilità costituzionale delle norme imposte all’Italia dalle recenti maggioranze. Ma non va bene. Perché si è trattato anche in questo caso – come nei casi che noi pochi, nei decenni, abbiamo denunciato – di tentativi di interferenza assolutamente indebiti e che attentano alle capacità di tenuta dello Stato di diritto. Quando critico il magistrato che manifesta contro una legge che non gli piace, io non lo faccio perché ritengo buona la legge: lo faccio, e devo farlo, perché in uno Stato di diritto il magistrato deve solo e soltanto applicarla. O smettere di fare il magistrato. E vale – non può non valere, se non al prezzo che davvero salti tutto; se non al prezzo di pregiudicare in modo irrimediabile le ragioni fondamentali della nostra struttura civile – vale, dicevo, anche l’opposto: e cioè che occorre denunciare l’inopportunità dell’iniziativa del magistrato che si rivolta davanti a una legge pur quando questa è anche da noi ritenuta ingiusta. Perché non può farlo. Mai. Perché, facendolo, insinua l’idea che il potere togato possa costituirsi in una centrale di contestazione del legittimo potere di governo e delle assemblee legislative.

Dice (so che cosa stai per dire; so che cosa in tanti direbbero): “Ma sono leggi incostituzionali!”. È possibile. Ma l’incostituzionalità delle leggi è contestabile nelle sedi e nei modi appropriati: che non sono le inaugurazioni degli anni giudiziari, né le interviste sui giornali.
Non possiamo scrivere (io lo faccio da quasi trent’anni) che i magistrati debbono solo occuparsi di applicare le leggi – non di contestarle, non di promuovere quelle gradite o di avversare quelle sgradite – e poi dismettere questa sacrosanta pretesa solo perché dicono male delle leggi che non ci piacciono oppure bene di quelle che anche noi approviamo. Non va bene. Non va bene per l’ordinamento a cui teniamo né tanto meno per quello migliore al quale aspiriamo. E non va bene per la rispettabilità della nostra militanza civile, che è compromessa se, pur comprensibilmente, cede alla tentazione di abdicare di fronte all’accidente di un magistrato che in buona fede la canta come noi. Perché bada: anche certuni del manipolo di Mani Pulite adunato a comizio per protestare contro il decreto “salvaladri”, come lo chiamavano i sostenitori del “Pool”, erano in buona fede. E in buona fede sbagliavano. Sbagliavano perché in realtà quel decreto era buono? No: sbagliavano perché non stava a loro di sindacarne la bontà. Come non sta oggi ai magistrati di riunirsi per censurare l’inopportunità e nemmeno l’eventuale illegittimità costituzionale di queste riforme. Mentre a noi sta di non chiudere un occhio davanti a questa pur comprensibile ribellione.
Meditiamoci, direttore.

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Caro Prado,
giustissimo. Contestare una legge da parte di un magistrato, tanto più se di un magistrato di alto grado, è assolutamente sbagliato. Credo che abbia fatto male il Procuratore generale di Milano che ha dichiarato incostituzionale la legge ammazza-prescrizione. Non sta a lui deciderlo. Mi pare però molto diversa la posizione del Procuratore generale della Cassazione, Giovanni Salvi, e del primo Presidente della Cassazione, Giovanni Mammone, i quali – se non mi è sfuggito qualcosa – si sono limitati a parlare delle questioni relative al buon funzionamento della magistratura. Salvi in particolare ha criticato proprio il protagonismo dei Pm e quella cultura panpenalista che tende a porre la magistratura al centro dello Stato e alla base di una grande opera di moralizzazione. Non mi pare che abbia “tracimato”. Mammone invece ha parlato effettivamente della prescrizione, ma non per discuterne la costituzionalità, solo per fornire le cifre di come questa nuova norma appesantirà una parte del lavoro della magistratura, che dunque dovrà attrezzarsi ad affrontare la nuova situazione e l’allungamento dei processi.

Quanto a noi, noi non siamo magistrati. Siamo giornalisti. E abbiamo osservato come queste prese di posizione da parte di alti vertici della magistratura abbiano creato un problema politico al fronte giustizialista e dato un po’ di ossigeno al piccolo fronte garantista. E questo non è un bene. Hai ragione da vendere. La politica dovrebbe trovare autonomamente il coraggio di combattere, e non aspettare che le venga un segnale dalle toghe “ragionevoli”. Il risveglio del fronte garantista solo dopo la presa di posizione dei magistrati è l’ennesima prova della mancanza di autonomia della politica e delle straordinarie capacità di ingerenza della magistratura.