Inaugurazione anno giudiziario 2020 a Milano: quando lui prende la parola, loro si alzano, brandiscono la Costituzione e se ne vanno.  Anno giudiziario 2010: quando lei sta per iniziare il suo discorso, loro se vanno agitando il libretto della Costituzione. Lezioncina per tutte le anime belle che nei giorni scorsi si sono stracciate le vesti perché gli avvocati (cafoni!) volevano imbavagliare il dottor Davigo rifiutandosi di confrontarsi con colui che in un’intervista sul suo organo di famiglia li aveva accusati di far solo il proprio interesse. Per tutti loro un breve ripasso su quello che era accaduto dieci anni prima, all’inaugurazione dell’anno giudiziario del 2010. A Milano prese la parola Maria Elisabetta Casellati, sottosegretario alla giustizia del quarto governo Berlusconi, una giurista preparata e molto istituzionale, che in seguito si dichiarò semplicemente «dispiaciuta» per il comportamento di certi magistrati. Loro, un drappello piuttosto nutrito capitanato dal procuratore aggiunto Armando Spataro, lasciarono sdegnosamente l’aula agitando con foga la Costituzione neanche fosse il libretto rosso di Mao. Non volevano ascoltarla, proprio come oggi gli avvocati nei confronti di Davigo.

Con una differenza sostanziale. Colui che nel pool di Mani Pulite veniva definito il “dottor sottile” ( cosa di cui oggi molti si domandano il perché) ha più volte esplicitamente affermato che la lunghezza dei processi e la conseguente inevitabilità della prescrizione dei reati è responsabilità di azzeccagarbugli astuti e interessati a tirare in lungo. Quella degli avvocati è dunque una forma di autodifesa. La protesta del 2010 era prima di tutto organizzata da un organismo sindacale, l’Anm il cui presidente si chiamava Luca Palamara, alla vigilia della campagna elettorale di primavera per il rinnovo del Csm, in cui immaginiamo il presidente molto impegnato e attivo. Inoltre era tutta politica ed esplicitamente contro il governo Berlusconi, contro il ministro guardasigilli Angelino Alfano e soprattutto contro una serie di riforme che quell’esecutivo cercava con fatica di far approvare dal Parlamento.

Sembra preistoria, invece siamo sempre nello stesso pantano. Le riforme sulla giustizia vengono sempre bloccate dalla magistratura, che spesso si fa una e trina, ritenendo di poter svolgere i tre ruoli di potere legislativo esecutivo e giudiziario. Quelle riforme si chiamavano processo breve, intercettazioni, riforma dell’ordinamento giudiziario, prescrizione. Si cercava di dare tempi certi ai diversi gradi di giudizio ( al massimo sei anni e mezzo in tutto, aveva sentenziato Berlusconi) , con i limiti della prescrizione accorciati dall’ex Cirielli, la legge che fu modificata in seguito dal ministro Andrea Orlando. Scoppiò il finimondo, perché se c’è qualcosa di inaccettabile per un magistrato, è dover sottostare a regole sui tempi del proprio lavoro. Persino sulle proprie ferie, come ben sa l’ex premier Matteo Renzi, che pagò cara la battuta di irridente finta paura (“brr”) a commento delle proteste sul suo progetto di modifiche dei piani delle loro vacanze. Il magistrato non vuole vincoli né limitazioni, le sue mani devono essere sempre libere. Berlusconi fu accusato di preparare leggi ad personam invece che erga omnes, come se, una volta che viene approvata una legge, questa non valesse poi per tutti. Il problema vero alla fine è: ma è stata o no una buona riforma?

E così si torna a quella di oggi sull’abolizione della prescrizione. E all’immagine di due giorni fa a Milano. A quell’aula piena di autorevolezza e di ricordi, quella sontuosa nei marmi dell’architetto Piacentini del palazzo di giustizia. La folla delle toghe rosse in ermellino pare sovrastare i due piccoli uomini in borghese, il dottor Davigo e il ministro Bonafede che ascoltano sempre più pallidi prima la presidente della corte d’appello Marina Tavassi («La nuova riforma pone inevitabili problemi in relazione ai principi costituzionali, a partite da quello della ragionevole durata del processo»), poi il procuratore generale Roberto Alfonso, che sfida apertamente i due piccoli uomini in borghese con un argomento che per loro è come se stesse passando il gesso sulla lavagna. «Non possiamo non tenere conto – dice l’anziano magistrato, che intona quasi il canto del cigno alla vigilia della pensione – che per il cittadino imputato, assistito dalla presunzione di non colpevolezza, già solo affrontare il processo penale costituisce una pena, nel senso della sofferenza, dell’afflizione, del disdoro che purtroppo nella nostra società massmediatica provoca conseguenze anche economiche».

Di fronte a parole che raramente si sentono in bocca a un magistrato, pare diventare piccolo anche quel congedo pieno di rancore con cui in quell’aula il procuratore generale Francesco Saverio Borrelli gridò che bisognava «resistere resistere resistere» come sulla linea del Piave contro Silvio Berlusconi. E poco significativo pare lo schieramento con Davigo e Bonafede, isolati dai più alti vertici della magistratura, a Roma come a Milano, del presidente dell’Anm Luca Poniz, che pare oggi quasi identificarsi con il suo antenato Luca Palamara che organizzava le barricate mettendo il bavaglio ai rappresentanti di un governo che non era certo stato instaurato con un colpo di Stato, ma dopo legittime e democratiche elezioni.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.