Interviste
Usa-Ue, Fidanza: “L’intesa conviene a entrambi Ora smontare ostacoli che frenano il commercio”
Il capodelegazione di Fratelli d’Italia al Parlamento europeo analizza il nuovo equilibrio transatlantico dopo gli accordi di Turnberry. Dai dazi alla digital tax, fino alle materie prime critiche, alla difesa e al ruolo strategico dell’Italia nelle filiere industriali
«Un accordo, per quanto imperfetto, è sempre preferibile al caos e alla guerra commerciale». È da questo principio che parte l’analisi di Carlo Fidanza, capodelegazione di Fratelli d’Italia al Parlamento europeo e vicepresidente esecutivo del Partito dei Conservatori e dei Riformisti Europei (Ecr Party), sullo stato delle relazioni economiche tra Unione europea e Stati Uniti. Dopo la missione negli Usa e l’entrata in vigore degli accordi di Turnberry, Fidanza indica le priorità per rafforzare il partenariato transatlantico: semplificazione normativa, cooperazione industriale, tecnologie strategiche e sostegno all’export italiano.
Lei ha partecipato alla missione negli Stati Uniti per rafforzare il dialogo tra Washington e Bruxelles. Che clima ha trovato?
«Dal 1 luglio sono entrati in vigore gli accordi di Turnberry, il cui percorso di ratifica da parte dell’Ue è stato tutt’altro che semplice. L’approvazione finale è stata possibile anche grazie al lavoro svolto da FdI e dai Conservatori europei. Un accordo, pur imperfetto, è preferibile al caos e alla guerra commerciale, che avrebbero penalizzato soprattutto le aziende esportatrici italiane. A un anno dall’entrata in vigore dei dazi, il nostro export verso gli Usa è cresciuto del 7,2%. Ora dobbiamo consolidare questo risultato».
Per anni il rapporto economico tra Europa e Usa è stato dato quasi per scontato. Oggi quali sono i principali dossier che rischiano di incrinare questa relazione?
«Dopo la ratifica degli accordi di Turnberry, Trump ha rilanciato l’ipotesi di dazi al 100% sui prodotti europei qualora l’Ue introducesse una digital tax sulle Big Tech americane. A questo si è aggiunta la multa europea a Google. Tassazione digitale, regole del mercato e applicazione del DMA e del DSA restano il principale terreno di confronto tra Europa e Stati Uniti».
L’Europa lamenta spesso una concorrenza ritenuta sleale da parte degli incentivi americani. Serve una risposta simmetrica da parte dell’Unione europea?
«Anche gli americani considerano molte delle nostre regole, comprese quelle che tutelano il nostro agroalimentare, come barriere non tariffarie. Non credo nella guerra dei sussidi: l’Europa non potrebbe competere sullo stesso piano. Dobbiamo invece rafforzare la cooperazione industriale e allineare le nostre strategie. La vera competizione è con la Cina e ogni divisione tra Europa e Stati Uniti finisce per favorire Pechino».
Negli incontri avuti negli Usa quali richieste sono arrivate con maggiore forza dal mondo economico americano?
«Gli Stati Uniti vedono l’Ue come un sistema eccessivamente burocratico e iper-regolato. È una percezione che dobbiamo correggere semplificando il nostro quadro normativo. La semplificazione è finalmente diventata una priorità europea, ma il lavoro della Commissione procede ancora troppo lentamente, soprattutto nella revisione di alcune norme del Green Deal che hanno ridotto la competitività delle imprese senza produrre benefici ambientali significativi».
Difesa, energia, semiconduttori, intelligenza artificiale: quali sono oggi i settori nei quali una maggiore cooperazione economica può produrre il maggiore valore aggiunto?
«Tutti. Pensiamo alle materie prime critiche: l’Ue sta completando il Critical Raw Materials Act, mentre l’amministrazione Trump ha promosso il progetto Pax Silica per costruire una filiera sicura con i Paesi alleati. L’obiettivo comune è ridurre la dipendenza strategica dalla Cina e rafforzare la resilienza delle nostre economie».
Si parla spesso di autonomia strategica europea. Come è conseguibile compatibilmente con un rapporto economico sempre più stretto con gli Stati Uniti?
«L’autonomia strategica è un obiettivo condivisibile, ma non può trasformarsi in un approccio ideologico. In molti comparti non disponiamo ancora delle tecnologie necessarie. Pensare a un “buy European” totale, ad esempio nella difesa, significherebbe penalizzare industrie che oggi competono proprio grazie all’integrazione con componenti e tecnologie americane, britanniche o giapponesi. La parola chiave deve essere integrazione delle filiere».
L’Italia può ritagliarsi un ruolo particolare nel rafforzare i rapporti economici transatlantici?
«La difesa rappresenta un ambito naturale di collaborazione, così come lo spazio e la cantieristica navale. Esistono poi grandi opportunità nei trasporti e nelle infrastrutture. Restano centrali la meccanica italiana, grazie alla capacità di realizzare macchinari altamente specializzati, e la farmaceutica, che continua a ottenere risultati eccellenti pur confrontandosi con nuove pressioni sul fronte dei prezzi negli Stati Uniti. Abbiamo grandi opportunità se il quadro rimarrà stabile».
Nel rapporto con gli Stati Uniti l’Italia deve muoversi soprattutto dentro la cornice europea o può giocare anche una propria diplomazia economica bilaterale?
«La cornice europea resta imprescindibile per dazi, standard sanitari e regole del mercato. Su tutto il resto il rapporto bilaterale può crescere. Gli investimenti americani in Italia sono in aumento e possono svilupparsi ulteriormente grazie alla stabilità politica e alle politiche favorevoli alle imprese. Allo stesso tempo dobbiamo continuare a sostenere la presenza delle aziende italiane sul mercato statunitense, che rimane uno sbocco strategico per il nostro sistema produttivo».
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