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Valdegamberi e la scelta Vannacci: “Zaia la pensa uguale ma è frenato dal politicamente corretto”
Cinque legislature consecutive in consiglio regionale, sempre tra i recordman di preferenze, una lunga militanza cattolica, l’assessorato regionale alle politiche sociali e un’inossidabile appartenenza alle montagne del veronese: Stefano Valdegamberi, è da sempre un battitore libero del centrodestra veneto. Eletto l’ultima volta nella lista della Lega, dallo scorso aprile è passato a Futuro Nazionale, Parla della scelta di campo, i conti in sospeso con la Lega e su Zaia dice…
Partiamo dalla scelta di campo. In Veneto, cos’ha il centrodestra che non va, per cui è uscito ed è andato con Vannacci?
«Sono andato con Vannacci prima di tutto perché condivido le sue idee: sono le stesse mie. Quando l’ho incontrato la prima volta gli ho detto: ma ci credi veramente a quello che dici? Perché era, stranamente, la prima volta che sentivo qualcuno parlare il mio stesso linguaggio. L’ho votato alle Europee, l’ho seguito. In campagna elettorale per le regionali abbiamo fatto due o tre giornate insieme, e mentre facevo campagna c’era il fuoco amico del Veneto che ci sparava addosso: Vannacci era visto come un corpo estraneo, e si è fatto di tutto per allontanarlo. Quando qualcuno gli dà del traditore, io ricordo le bombe amiche che cadevano sulle spalle in quei giorni».

Nella passata legislatura era stato nella lista Zaia. Oggi, che cosa vi distanzia?
«Con Zaia ci conosciamo molto bene, ogni tanto ci fermiamo a chiacchierare. Ci sono dei punti che ci hanno differenziati, soprattutto sui temi internazionali: lui è sempre stato un po’ timido. Lo so che la pensa sotto sotto come me, però non può dirlo, perché è molto più “politico” di me. A me non interessano le conseguenze, mi creo qualche nemico, ma non riesco a tacere le ragioni che credo giuste. Poi ci sono i temi etici, su cui Zaia dice: vabbè, dobbiamo aggiornarci. Io, per il mio background non sono d’accordo sulle adozioni delle coppie gay, sull’ideologia gender e woke, sull’eutanasia. Forse Zaia cerca un po’ di seguire la moda, pensando che dobbiamo dare l’idea di essere evoluti. Ma io ho un concetto di evoluzione diverso…».
Aspetti, torniamo indietro. Mi ha detto che sotto sotto, Zaia la pensa come Lei?
«Sulla politica internazionale sono convinto di sì. So che gli faccio un dispetto a dirlo, ma io dico sempre realmente quel che penso. Le do lo scoop: ne sono convinto. Certo che non lo può dire, altrimenti non fa più politica. Chi dice queste cose ha preclusa la propria carriera: viviamo in una democrazia così «altamente democratica», che devi dire ciò che è politicamente corretto. Ed è il motivo per cui sono andato con Vannacci: voglio essere libero di dire le cose, senza che mi si risponda che non si possono dire perché vai a pestare i piedi a qualcuno».
Quindi secondo lei anche la Lega si muove con quella cautela?
«La Lega ha due anime: una più progressista, chiamiamola zaiana, e una più tradizionalista, e tra le due c’è grande conflittualità. Alla fine, però, le ragioni di Stato o di poltrona hanno sempre fatto da scusa. Esattamente come fa la Meloni: a livello nazionale, che oggi è la più fedele esecutrice della politica di Draghi e della von der Leyen. Sinistra e destra sono due facce della stessa modalità: noi dobbiamo essere alternativi a entrambe».
Ma stiamo sulle cose specificamente venete: si troverà all’opposizione di Stefani?
«Guardi, a Stefani l’ho detto subito. Se ci sono decisioni amministrative contro i nostri principi, è chiaro che voto contro: se domani mi portano una legge sull’eutanasia o sull’adozione, voto contro. Ma per il resto siamo qui ad amministrare il Veneto, non voto contro per partito preso, decido caso per caso. So quanto è difficile amministrare. Stefani sta entrando nel ruolo, ci mette buona volontà, e non sarò certo io a mettergli i bastoni tra le ruote per partito preso. Anzi, approfitto per dirgli che semmai, dovrebbe guardarsi un po’ di più attorno, all’interno del suo partito».
Lei è uno da ottomila preferenze. Scenderà dalla sua Lessinia e si candiderà sindaco di Verona?
«Qualcuno me lo chiede, ma non credo. Il sindaco l’ho già fatto tanti anni fa, nel mio paese, Badia Calavena, per due mandati consecutivi: ero assessore a 23 anni e sindaco a 27. Certo Verona meriterebbe, anche nel centrodestra, un po’ di rivoluzione interna, più grinta, più coraggio: vedo una situazione un po’ stantia. Ma non sono tra quelli che ambiscono a quel ruolo. E poi mia moglie me lo dice sempre: non fare il sindaco, perché prendi troppo a cuore le cose. So come sono fatto: meglio stare lontano da certe situazioni».
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