«Il south working è frutto dell’emergenza Covid, ma può trasformarsi in una grande opportunità per la Campania e il Sud in generale». Giorgio Ventre, direttore della Apple Academy di San Giovanni a Teduccio, commenta l’indagine della Svimez pubblicata dal Riformista e suggerisce la strategia per trasformare un fenomeno temporaneo in un’occasione strutturale di sviluppo per le città del Mezzogiorno. Secondo la ricerca condotta dalla Svimez, dall’inizio dell’emergenza sanitaria 100mila giovani originari del Sud e occupati nelle grandi e piccole aziende del Nord sono tornati nei territori di origine e hanno continuato a lavorare da remoto.

Da qui il termine south working. Quando tutto ciò sarà finito, però, i meridionali faranno rientro al Nord e il south working sarà stata solo una parentesi piacevole per quei lavoratori che per qualche mese hanno riassaporato gli affetti e la loro terra d’origine, meno per le aziende che lamentano l’impossibilità di controllare a distanza l’operato dei dipendenti e sollevano problemi come la necessità di investimenti e la gestione della sicurezza informatica. Ma che cosa accadrebbe se l’investimento non si limitasse a questa fase emergenziale e si trasformasse in un investimento ad ampio raggio per aprire sedi aziendali anche qui al Sud?

È quello che auspica Ventre: «Spero che in questi mesi nei quali i giovani sono tornati a casa, i dirigenti d’azienda si siano resi conto di quanto bene si possa lavorare anche a distanza perché la tecnologia lo permette, ma soprattutto di quanto il Sud sia una terra piena di talenti, di risorse e di spazi nei quali investire, senza peraltro tutta quella competizione tipica delle regioni del Nord». Le imprese settentrionali, intervistate da Svimez, hanno chiesto una riduzione dei contributi, una diminuzione dell’Irap per chi utilizza lavoratori in south working in percentuale sulle postazioni attivate e la creazione di aree di co-working. «Sono d’accordo su quest’ultima proposta – aggiunge Ventre – perché il lavoro in presenza resta ineliminabile. Gli incentivi che Governo e Regione dovrebbero garantire alle imprese sono quelli per aprire sedi al Sud, finanziando un fenomeno che altrimenti sparirà senza lasciare una traccia significativa e senza portare grandi vantaggi alla Campania, una volta che l’emergenza sanitaria si sarà conclusa».

Quali incentivi dovrebbero ricevere le imprese? «Sicuramente degli sgravi fiscali invoglieranno le aziende a venire qui e, in questo senso, le proposte del ministro Giuseppe Provenzano mi sembrano molto interessanti», risponde Ventre. Il Ministero per il Sud sta lavorando a un pacchetto di sgravi fiscali per il Mezzogiorno. Si tratta, come ha spiegato il ministro Provenzano in un’intervista al Corriere della Sera, «non di un generico taglio delle tasse», ma di «una fiscalità di vantaggio per il Sud finalizzata al lavoro: una riduzione del costo del lavoro al Sud, con un abbattimento del 30% dei contributi previdenziali a carico delle imprese». Così il governo Conte punta a stimolare gli investimenti pubblici e privati, oltre che a intercettare flussi di rilocalizzazioni di imprese dall’estero verso il Sud.

Ma non bastano gli incentivi economici, serve di più. Secondo Luigi Nicolais, ex ministro per la Ricerca e l’Innovazione nella pubblica amministrazione, bisogna mettere in atto una strategia per attirare qui gli investitori di tutto il mondo, non solo del Nord. «Serve una politica d’attrazione – spiega Nicolais – cioè una buona strategia di marketing che promuova i territori del Sud e faccia capire che il nostro territorio non è fatto solo di bei paesaggi, ma anche di grandi opportunità di investimento, e che fare impresa al Sud, oggi, può essere conveniente». Il Sud è un enorme serbatoio di talenti, conoscenze e innovazione, dunque, basta solo saperli valorizzare. «Senza dimenticare – conclude Nicolais – la curiosità, la creatività e la cultura che conferiscono a noi meridionali una marcia in più».