Un quadro di Andy Warhol mi affascinava, al MoMA New York, per il titolo: “They came to see who came”. Venivano a vedere chi veniva. Così era la Loggia segretissima sotto copertura della P2 di Licio Gelli, il cui scandalo esplose quando il signor Gelli, vecchio personaggio che prima e dopo la guerra aveva fatto un po’ il venditore di materassi e un po’ l’agente dei sevizi segreti rumeni, decise di abbandonare gli elenchi degli iscritti sui gradini della villa di Castiglion Fibocchi, avvertendo poi le autorità: “Oh, grulli – disse – c’è tutto lì e divertitevi”. Eravamo a fine inverno 1981.

L’Italia era affamata di loggia P2. Era uno scandalo bellissimo fatto di nulla, come quello che aprirà Andreotti sulla sezione italiana dell’operazione “Stay Behind” (dietro le linee) della Nato che nel nostro Paese creativo e teatrale era stata ribattezzata Gladio, e gladiatori erano i suoi partecipanti che risultarono essere un pericoloso gruppo di casalinghe postini e maestri elementari che insieme a medici condotti e sottufficiali in pensione avrebbero dovuto aprire i furbissimi Nasco (che vuol dire nascondiglio, pensate!) per usarne le ricetrasmittenti e le armi corte, in caso di occupazione sovietica per resistere dietro le linee. Anche quello scandalo di qualche anno successivo portò a un vortice di carta straccia e poi al processo non fu rilevato e condannato niente e nessuno, neanche una contravvenzione per divieto di sosta, ma fu tuttavia una grandiosa rivoluzione morale.

Della P2 si diceva e non si diceva. Non si poteva dire tutto di tutti gli iscritti. Io ebbi un preavviso incerto da un caro amico, Maurizio Costanzo con cui allora ero in frequenti rapporti. Costanzo mi telefonò e mi disse: “Ti va di fare quattro chiacchiere?. Ti devo raccontare una cosa”. Ci vedemmo a via Veneto e passeggiammo su e giù ma non raccontava niente. Stava sulle generali e non capivo il senso dell’appuntamento. Poi partii per un servizio ad Atene (lavoravo a Repubblica) e lì lessi la sua intervista a Gianpaolo Pansa in cui confessava di essere stato un iscritto alla P2 e diceva “Sono stato un cretino, ma l’ho fatto”. Gli telefonai: “Embè?, disse: ero incerto, non sapevo come dirtelo e poi l’ho detto a Giampaolo”. Poi interrogai il generale Gianadelio Maletti, uno dei due dioscuri del Sismi (servizio segreto militare) famoso per essere filoisraeliano, filoamericano e avere un figlio in Sud Africa dove poi si rifugiò. Era una grande spia e un uomo molto retto. Mi disse che lui e tutti i militari di rango erano stati invitati ad aderire nella P2 per vedere chi aderiva alla P2, sospettata di essere stata messa su ad arte dai russi. Diventai molto amico del suo numero due, un colonnello dei carabinieri con cui da giornalista mi approvvigionavo di notizie utili sui servizi segreti e che aveva il nome di codice Amplatz, rubato ad un irredentista tirolese. Amplatz un giorno mi disse che era stato visitato e gli avevano trovato un difetto cardiaco per cui doveva essere operato.

Era un atleta paracadutista, tiratore scelto e un investigatore esperto. Lo misero su un tavolo operatorio e ne uscì morto. Incidente. L’altro capo dei servizi segreti nella P2 era Miceli, siciliano di cui si diceva che avesse simpatie fasciste, ma era l’antagonista di Maletti perché era il referente degli arabi e dei palestinesi. Quando ci parlai e gli chiesi della P2 mi disse bruscamente che era uno strumento di lavoro, che lui aveva aderito perché era importante avere mille occhi su chi andava nella P2. Il fatto che si fosse iscritto anche Silvio Berlusconi fu considerato gravissimo dalla stampa di sinistra e un’accusa bruciante, quasi come quella di aver dovuto vivere barricato per difendersi dalle minacce della mafia. Mentre dell’iscrizione alla loggia del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, non si doveva parlare. C’era stata, sì, ma per motivi di servizio: doveva andare a vedere chi veniva.

Poi c’era lo stato maggiore del Corriere della Sera con l’amministratore Tassan Din e il direttore Di Bella, costretto a dimettersi, sicché la Repubblica, per cui lavoravo, al grido all’unisono di “piatto ricco, mi ci ficco!” Si gettò nell’impresa che aiutò l’affondamento del compromesso Corriere della Sera che colò a picco. E Repubblica, nata appena cinque anni prima, iniziò la corsa per diventare il primo giornale italiano in un clima di euforia corsara. Io fui spedito con altri cronisti nei locali che la Camera dei deputati aveva messo a disposizione per la stampa con tutti i documenti. Elenchi con centinaia di nomi di sconosciuti, più qualche conosciuto. Da tutti quegli elenchi non è poi uscito assolutamente nulla. Un boato fatto di boati. Io mi beccai una denuncia e fui condannato con altri tre colleghi perché il mio giornale stampò il nome di un omonimo di un iscritto alla P2 e sebbene l’errore l’avessero fatto i redattori capo, andammo a farci condannare. Amen.

La vicenda P2 aveva gasato tutta la sinistra comunista, aveva messo sul chivalà i socialisti craxiani, era festeggiata dai socialisti anticraxiani, ma era stata prima di tutto la polpetta avvelenata che aveva ammazzato quasi tutto lo spionaggio e il controspionaggio italiano, aveva reso debole l’Italia sul piano internazionale e l’intero Paese era sottoposto ad un predicozzo ayatollesco moralistico e intimidatorio come se fosse già stata raggiunta la sentenza di un processo alle streghe della P2 in cui si fosse stabilito che una banda di eversori fascisti mafiosi e berlusconiani, in combutta con servizi deviati – la solita solfa – logge con o senza vetrata, avevano ordito o stavano preparando un colpo di Stato peraltro legale con cui introdurre un presidenzialismo alla francese che mettesse fuori gioco lo strapotere del partito comunista. Un partito comunista che senza aver mai vinto le elezioni si comportava come se le avesse vinte tutte. Gelli era a mio parere e di molti altri un agente legato ai servizi dell’Est, per via della dissidente Romania di Ceausescu, dove vendeva materassi a molle alla cerchia del presidente comunista ma dissidente Nicolae Ceausescu, ma era in contatto affettuoso anche con il Kgb e con gli ex prigionieri italiani in Russia che erano negli elenchi dei collaboratori del KGB (allora Nkvd).

Non era un giro da poco, né innocente. Né di soli materassi. Io lo chiamai un giorno per curiosità in uno dei momenti in cui era libero visto che entrava e usciva di galera e mi resi conto che si trattava di una persona da quattro soldi, ma che sapeva di giocare nella serie mondiale di uno sport per pochi. Parlava il suo aretino strascicato e gentile, mi disse cosa ci vol fare e le hose stanno così, io ‘un credo propio d’avé mai fatto male manco a una mosca, e che ci vole fare. La stagione di caccia della P2 fu il corso di addestramento all’attacco finale contro la ripresa liberista. Nel 1981 le Brigate rosse erano in declino, si stavano smontando i sacchetti dì sabbia, si andava verso la Milano da Bere di Tognoli e Pillitteri e dunque del clan craxiano e questa vicenda capitata come un fulmine a ciel (quasi) sereno servì immediatamente a produrre il frutto più pregiato della politica italiana. L’emergenza. In Italia non si concepisce che la politica sia divisione e separazione, competizione e regole dure per un gioco duro ma aperto e leale. In Italia la presenza mastodontica di un partito come quello comunista che conteneva una parte ampia delle migliori intelligenze ma anche del peggiore cinismo, impediva che si formasse un governo di coalizione con quel partito che stava sempre “in mezzo al guado” e non si decideva mai fino in fondo a compiere il famoso “strappo definitivo”, tanto che dopo qualche scenata anche Berlinguer si acconciò ad accettare i fraterni aiuti di Mosca finché fu possibile.

A causa di questa situazione di fondo sia il Partito comunista che tutti coloro che, dalla Democrazia cristiana al partito socialista, volevano fare un governo con quel partito, avevano bisogno dell’emergenza. Come il pane. L’emergenza autorizza l’unità nazionale, anzi la reclama come accade col Covid, passando sopra a tutte le divisioni normali. Tutto fa brodo per l’emergenza: terremoti, mafia, Gladio Stay-Behind, la Trattativa, i servizi deviati, la mafia deviata, la camorra deviata, il Vaticano deviato, il socialismo deviato… Oggi adesso in questo momento mi vengono i brividi al pensiero di quanto siamo stati nutriti – io stesso fra i primi – dalla cultura del sospetto e dell’abiezione, della maledizione e dello sdegno – “Vergogna! Vergognatevi!” – quando si formarono veri plotoni d0’esecuzione giornalistici con formazioni miste di giornalisti e magistrati e avvocati e politici, gruppi di lavoro coordinato, corazzato, solidale, magnifico nel rimpallo di notizie che partivano da una invenzione servita in forma condizionale e rilanciata senza condizionale e poi come autorevole dichiarazione di fonti di stampa sempre vaghe ma di colpo autorevolissime e che comunque non era prudente mettere in dubbio, se volevi salvare la pelle, quella parte esteriore dell’onore che viene gestita direttamente dal partito, ti faremo poi sapere quale.

Il partito era trasversale e attrezzatissimo ed era – onestamente – magnifico. Era come Jenny delle Spelonche di Brecht, la sua nave con mille cannoni che demolivano qualsiasi idiota o oggetto che si fosse messo di traverso, Sono anche stufo di metafore, tanto conosco bene la bestia che governò e incarognì al giusto livello di cottura quella stagione.

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.