«Come per i social media, anche la televisione sta costruendo bolle di consenso: ciascun programma ha il proprio pubblico, con i suoi eroi e i suoi nemici. Anche chi si sposta da un talk all’altro lo fa non per cercare verità, ma per rafforzare la propria fede. L’informazione, dunque, non è più un servizio pubblico, ma un’arena. E nell’arena non vince chi ha ragione, ma chi strepita di più». Parole sante. La cosa bella è che a scriverle è un giornalista che vive dentro la tv (piace citare l’ottimo “Omnibus” su La7, uno dei pochi talk decenti), cioè Andrea Pennacchioli. Lui ha scritto questo libro molto utile, “Verosimile – Perché non sai più distinguere i fatti dalle bugie (e non è colpa tua”, prefazione di Enrico Mentana (Paesi edizioni), perché mette insieme gli aspetti essenziali della crisi dell’informazione.

Crisi? Forse è un termine blando. Cos’è vero e cos’è falso, nel mondo di oggi? Questa è l’era della verosimiglianza, una condizione che confina paurosamente con quella della Grande Manipolazione. E non solo l’informazione è ferita a morte in quest’epoca di social e fake news. È la politica che è rotolata nella rete della post-verità, parola che sta a identificare «un contesto in cui i fatti oggettivi hanno meno influenza nel plasmare l’opinione pubblica rispetto alle emozioni, alle credenze personali e alle narrazioni soggettive. In politica, la post-verità descrive un ambiente in cui la verità fattuale è subordinata a percezioni, sentimenti e strategie comunicative». Siamo, se non alla morte, certamente all’agonia della politica, dunque, assetata dall’ansia dell’apparire e dalle pratiche della menzogna.

Ed ecco, in questo contesto, spuntare Donald Trump, «un fenomeno emblematico dell’epoca della post-verità, dove le emozioni e le percezioni contano più dei fatti oggettivi. Non a caso si è inventato un proprio social network e lo ha chiamato Truth, “verità”, nonostante ogni suo messaggio sia un colpo diretto, una frase a effetto, un trionfo di maiuscole e punti esclamativi per esaltare la sua visione, senza alcun interesse reale a comunicare verità». Trump ha saputo incarnare «un ideale di forza, protezione e ripristino di un passato glorioso che molti hanno accolto come un rifugio da un mondo, quello contemporaneo, invece percepito come caotico, ingiusto e minaccioso. In questa prospettiva, Trump non è soltanto un politico: è un simbolo, un archetipo della battaglia contro un sistema percepito come corrotto e ostile. Per alcuni (per lui stesso), è un messia».

La sintesi di Pennacchioli è perfetta, e inquietante. Estremamente ardua, davanti al cataclisma dell’informazione, trovare la ricetta per farvi fronte. Lo abbiamo visto tutti durante il Covid, quando da ogni parte venivano propalate a tonnellate fake news di ogni tipo: e meno male che alla fine ha vinto la scienza. Ma è stata, ed è tutt’ora, durissima. Quello è stato un punto di svolta: non a caso, ci dice Pennacchioli, questo libro è maturato in quella fase. Che si può fare? Educare i bambini a distinguere il vero dal falso (e dal verosimile); immaginare nuove narrazioni razionali e costruttive del carattere di una comunità; imparare a usare le tecnologie e l’IA e non esserne usati. Tante cose si possono escogitare. Ma sembra di svuotare il mare con un cucchiaino. Il grande studioso Harari avverte che «le società incapaci di distinguere tra verità e finzione sono destinate a soccombere». Nota l’autore: «Non è un’esagerazione: senza capacità critica, la democrazia diventa terreno fertile per chiunque sappia giocare con le leve emotive». Non c’è davvero da stare allegri.

Scrive Mentana che questo libro di Andrea Pennacchioli «costituisce, almeno per tutti noi della vecchia guardia novecentesca, una sfida a capire e contrastare una deriva intellettuale e tecnologica che l’Intelligenza Artificiale renderà ancora più profonda e pericolosa. Ma a combatterla e a batterla dovranno essere i più giovani, almeno questo è ormai chiaro». Speriamo.