Ha solo 31 anni ma la sua vita è stata praticamente segnata. Una cosa purtroppo normale per chi è detenuto. Michele (nome di fantasia per tutelarne la privacy) è recluso nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Quello della mattanza, quello della mancanza di acqua. Infatti, proprio in una cella del reparto “Nilo”, è stata consumata l’ennesima violenza.

Michele è stato abusato sessualmente. Il presunto aggressore sarebbe un altro detenuto impegnato in attività lavorative di manutenzione nei vari reparti. Michele ha denunciato i fatti e per questo è stato bollato come un “infame”. È in isolamento nel reparto di accoglienza. A 31 anni Michele è detenuto e traumatizzato – a causa della violenza subita – e anche solo, perché isolato dagli altri reclusi. Ma cosa ben più grave, pare che a Michele sia stato negato il diritto alla salute. «Non sarebbe stato sottoposto al protocollo clinico previsto per le vittime di abusi sessuali – ha spiegato a Il Riformista la Garante per i diritti dei detenuti della provincia di Caserta, Emanuela BelcuoreNon avrebbe fatto un tampone anale, un test nè per l’Hiv, nè per l’epatite, non avrebbe fatto una visita urologica, non sarebbero stati fatti accertamenti volti a individuare possibili tracce di sperma rilasciate dall’aggressore e non sarebbe stato neanche trasferito al pronto soccorso».

Michele è in attesa di alcune risposte da parte dell’amministrazione penitenziaria e dell’autorità giudiziaria. Perché nonostante i solleciti, né lui, né il presunto carnefice sono stati trasferiti. «Michele andrebbe trasferito, eppure la prima richiesta è stata inspiegabilmente rigettata – ha detto la Belcuore -. Dovrebbe andare in un’altra struttura che gli consenta di stare vicino alla famiglia». Ma come ben sappiamo la burocrazia ha i suoi tempi e le sue procedure. Prassi che spesso sono in contrasto con l’affermazione dei diritti individuali. E così la pratica di Michele pare sia stata rallentata da un cavillo: il 31enne non avrebbe indicato nella denuncia il nome e cognome del suo aggressore. Cornuto e mazziato, “infame” solo a metà. Per questo motivo non ci sarebbe stato un deciso intervento delle autorità competenti.

La storia di Michele è drammatica come quelle di tante altre persone finite dietro le sbarre. Lui è finito in cella per reati legati alla droga. Probabilmente è uno dei tanti in attesa di giudizio. Spesso di detenzione si muore. A dimostrarlo i dati sui suicidi: ben 54 i detenuti che si sono tolti la vita dall’inizio dell’anno. Sei solo in Campania. Un 2022 da record per un primato di morte. Una carneficina rispetto alla quale lo Stato e le istituzioni restano indifferenti. La politica ha deciso di tenere da parte il tema carceri. Meglio rimuoverlo in tempi di campagna elettorale. Gli ultimi non portano voti ma levano consensi. E Michele sarebbe potuto essere uno di quei numeri, una cifra che avrebbe aumentato questa infernale statistica. Il 31enne ha infatti più volte tentato il suicidio.

Un modo per farla finita, per dire basta a una vita da incubo. L’unica soluzione per mettere fine ad una vita di degrado e disumanità. E lui ha messo tutto nero su bianco, in una lettera che Il Riformista ha avuto la possibilità di leggere. «Il mondo carcerario è complesso – ha affermato la Belcuore – È un contesto che ha le sue situazioni, di fatto estremamente complesse e incomprensibili per chi non le conosce. I politici dovrebbero visitare più spesso i penitenziari per potersene rendere conto». Infine, sul capitolo sanità, la Belcuore ha dichiarato: «Il sistema sanitario delle carceri, da quando è passato di competenza alle Asl, non funziona in modo efficiente. Per quanto mi riguarda l’area sanitaria dei penitenziari della provincia di Caserta andrebbe commissariata. Non per le professionalità delle singole persone che ci lavorano ma per la mancanza di risorse, personale e per l’enorme dispendio di energie che va a discapito dei detenuti».