«A causa della mattanza un ragazzo ha perso la vita, poteva essere mio figlio. O il figlio di qualsiasi altra mamma», stiamo parlando di Hakimi Lamine, giovane di origini algerine deceduto in carcere il 4 maggio 2020. A dire queste parole a Il Riformista è stata Gianna Scialdone, figlia di Pasquale Scialdone detenuto nel penitenziario di Santa Maria Capua Vetere. Anche lui è stato una vittima delle violenze avvenute nel penitenziario casertano, il 6 aprile 2020. Immagini che hanno scandalizzato l’opinione pubblica e mobilitato il governo, nella veste del premier Mario Draghi e del ministro della Giustizia Marta Cartabia. La vicenda ha sollevato diverse obiezioni anche in sede europea. Ma questa non è una novità. L’Italia è già stata sanzionata in passato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) per le condizioni disumane e degradanti in cui versano le carceri del Belpaese.

Proprio tre giorni fa, il Giudice per l’udienza preliminare (Gup) del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere Pasquale D’Angelo, ha rinviato 105 persone a giudizio. Agenti della polizia penitenziaria, funzionari del Dap e dell’Asl, imputati in un processo che avrà inizio il prossimo 7 novembre dinanzi la Corte d’Assise. Per due di essi, invece, il prossimo 25 ottobre ci sarà l’udienza con rito abbreviato stabilita dal Giudice per le indagini preliminari (Gip). Tra loro c’è il Commissario capo Annarita Costanzo. Le accuse sono gravi: tortura, lesioni, violenza privata e abuso di autorità. Ad alcuni imputati è stato attribuito anche il reato di omicidio colposo per la morte di Lamine. Quest’ultimo, dal pestaggio al decesso, ha trascorso 28 giorni in agonia e secondo le testimonianze, senza ricevere cure adeguate. Barbarie nella barbarie.

Nel procedimento il Garante nazionale per i diritti dei detenuti, insieme a quello della regione Campania, della città metropolitana di Napoli e della città di Caserta, si è costituito parte civile. Con loro diverse associazioni, tra cui Antigone. «Per i video che abbiamo visto trovo strana l’idea di un processo – ha spiegato Gianna Scialdone – È talmente chiaro quello che è avvenuto che non possiamo non avere giustizia». Per il papà oltre al danno la beffa: «Mio padre è uscito dal carcere di Santa Maria sei giorni dopo la mattanza. Era il 12 aprile. Aveva lividi ovunque e anche psicologicamente non stava bene. Poiché doveva scontare altri 5 mesi, è stato portato di nuovo in carcere. Ed ora si trova ancora a Santa Maria. L’ho sentito sabato e giorni prima ha avuto un colloquio con la garante Belcuore. Purtroppo quel penitenziario è un inferno, non c’è neanche l’acqua potabile. Per ogni detenuto sono messe a disposizione due bottiglie. Se non hai i soldi per fare la spesa muori di sete».

Francesca Cosmo, madre di Emanuele Irollo, è un’altra delle mamme che ha denunciato i fatti accaduti a Santa Maria: «Sono vedova, mio marito è morto nel carcere di Poggioreale. Quando ho saputo delle violenze e non riuscivo a parlare con mio figlio, ho avuto paura. Ho rischiato di ammalarmi. Emanuele urinava sangue ed era pieno di lividi. Per fortuna dopo 15 giorni l’hanno trasferito a Benevento. Quando ci siamo visti con una video chiamata mi ha mostrato le ferite scolpite sul corpo. Non ha ricevuto cure, è stato letteralmente abbandonato». Un altro detenuto vittima della mattanza ha perso la vita lo scorso 18 giugno. Si tratta di Vincenzo Cacace, 60 anni e deceduto per cause naturali nonostante le diverse patologie pregresse di cui era affetto. Cacace suo malgrado è stato uno dei simboli di quelle ore terribili: nelle immagini pubblicate dai giornali era il detenuto sulla sedia a rotelle che veniva percosso e picchiato.

«Il processo servirà ad accertare le responsabilità penali degli imputati – ha dichiarato l’avvocato della famiglia Cacace, Paolo Conte – C’è soddisfazione da parte nostra per la decisione del rinvio a giudizio anche se l’avevamo data per scontata. Non posso escludere che la lunga detenzione del signor Cacace, anche se frammentata ma culminata con la mattanza di Santa Maria, abbia in qualche maniera inciso in modo determinante sulla sua salute, fisica e psichica. Ci auguriamo che alla fine del dibattimento sarà fatta giustizia e che soprattutto siano accertate le responsabilità politiche della mattanza. Chi l’ha voluta, chi l’ha organizzata e perché».