I racconti dei detenuti che hanno avuto il coraggio di denunciare, i video ripresi dalle telecamere di sorveglianza interne al carcere, le intercettazioni telefoniche degli agenti finiti sotto accusa e le chat tra colleghi e funzionari. C’è tutto questo nella storia dei pestaggi avvenuti il 6 aprile 2020 nel reparto Nilo del carcere di Santa Maria Capua Vetere. «La pagina più brutta» come l’hanno definita in tanti. E come ha ricordato il procuratore Alessandro Milita pronunciando le conclusioni della Procura dinanzi al giudice dell’udienza preliminare.

La pubblica accusa ha concluso con una richiesta di rinvio a giudizio per 107 imputati, fra poliziotti e funzionari della penitenziaria. Ha chiesto il processo davanti alla Corte d’assise, cioè davanti a un collegio composto da giudici togati e cittadini della giuria popolare. La richiesta si fonda sulla contestazione dell’aggravante secondo cui i pestaggi concorsero a determinare la morte di uno dei detenuti picchiati, Lakimi Hamine, detenuto algerino considerato un soggetto fragile per via di problemi di natura psichiatrica e trovato morto in cella un mese dopo quel pomeriggio di violenze e i giorni di isolamento. Ritenendo inoltre la connessione tra le torture e le lesioni ai danni degli oltre cento detenuti del reparto Nilo e il caso Hamine, l’accusa ha chiesto che il processo si celebri davanti alla Corte d’assise non solo per gli agenti e i dirigenti direttamente chiamati a rispondere delle conseguenze che portarono alla morte del giovane detenuto algerino ma anche di tutti gli altri imputati, quindi degli agenti che si armarono di caschi e manganelli formando quel corridoio umano che diede il via alle violenze, di chi li cooptò e li coordinò, di chi seguì tutto a distanza dalle stanze più alte della gerarchia penitenziaria.

La decisione spetterà al giudice Pasquale D’Angelo che concluderà l’udienza preliminare al termine delle discussioni di tutti gli avvocati di parte civile e del collegio di difesa. Forse entro giugno, si vedrà. Centosette imputati, si diceva. Un numero che rende unico questo processo. Per uno solo degli agenti coinvolti la Procura ha ieri concluso con una richiesta di proscioglimento: le indagini hanno accertato che Luigi Macari non era in servizio quel 6 aprile 2020 ed era stato quindi erroneamente inserito nell’elenco degli agenti che parteciparono alla “mattanza”. Altri due agenti imputati hanno invece optato per il rito abbreviato, accettando di definire la propria posizione direttamente in sede di udienza preliminare e sulla base degli atti raccolti dal pubblico ministero, senza gli approfondimenti e le lungaggini del dibattimento. Tutti gli altri, invece, seguiranno la via del rito ordinario. Molti, infatti, in questo processo, che in dibattimento avrà una durata di anni visti i numeri e la complessità dei fatti, si giocano anche il posto di lavoro: in caso di condanna, rischierebbero il licenziamento. I reati contestati spaziano a vario titolo dalla tortura alle lesioni, falso in atto pubblico, abuso di autorità.

Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).