Vincenzo Cacace, 60 anni, napoletano del rione Traiano ed ex detenuto del carcere di Santa Maria Capua Vetere, è morto sabato per cause naturali. La notizia della sua morte ha inevitabilmente fatto compiere un salto indietro nel passato, al 6 aprile 2020, nei corridoi del reparto Nilo trasformati per alcune ore in un vero e proprio inferno. Vincenzo è stato una delle vittime dei pestaggi in carcere per cui ora pende l’udienza preliminare. «Sono stato il primo ad essere tirato fuori dalla cella insieme con il mio piantone perché sono sulla sedia a rotelle – raccontò un anno dopo quella mattanza, una volta uscito dal carcere – . Mi hanno distrutto, mentalmente mi hanno ucciso».

L’immagine di Vincenzo sulla sedia a rotelle mentre si piegava su se stesso per parare i colpi che gli agenti gli scaricavano sulla testa è stata un pugno nello stomaco per chiunque abbia visto i filmati ripresi dalle telecamere del circuito di videosorveglianza del carcere. Vincenzo è morto senza avere giustizia per quel pestaggio, senza sapere tutta la verità sui responsabili della mattanza. Le indagini si sono fermate ai soli agenti che è stato possibile identificare attraverso l’esame dei video, ma ce ne sono tanti altri che ancora non sono stati identificati perché avevano i volti coperti dai caschi scuri con le visiere abbassate. Ed ecco, quindi, l’appello del garante regionale dei detenuti, Samuele Ciambriello: «Invoco che vengano messi sui caschi degli agenti della polizia penitenziaria dei codici identificativi, e che valga anche per le altre forze dell’ordine che si occupano di ordine pubblico nelle manifestazioni di piazza dove avvengono scontri, come recentemente accaduto sia in occasione delle manifestazioni di studenti sia in quella dei pescatori».

Dotare ogni agente di un casco con codice identificativo consentirebbe, in occasione di interventi antisommossa, di non perdere il controllo della situazione, di poter sempre identificare chi fa cosa. Questo per colmare una lacuna e a garanzia di tutti. Del resto, i fatti di Santa Maria Capua Vetere lo hanno dimostrato: è stato difficile dare un nome a ogni volto ripreso dalle telecamere, ci sono volti nascosti dai caschi senza codici e senza alcun carattere distintivo che non sono stati finora identificati. Questo significa che alcuni presunti autori della mattanza rimarranno impuniti. Chi sono? Tra questi c’è anche chi partecipò al pestaggio di Vicenzo Cacace. «Siamo stati carne da macello», ripeteva Vincenzo Cacace ripercorrendo le ore della mattanza. «Ero sulla sedia a rotelle, provavo ad abbassarmi mentre mi colpivano in faccia, sulla fronte. Mentre gli altri scendevano per le scale io fui portato giù in ascensore, mi picchiarono anche in ascensore».

La mattanza fu organizzata dalle squadre della penitenziaria come risposta alla protesta non violenta che il giorno prima alcuni detenuti del reparto Nilo avevano inscenato per manifestare il proprio disappunto di fronte allo stop dei colloqui per l’emergenza Covid e sollecitare mascherine e tamponi. La risposta della penitenziaria fu esagerata, violenta ed è finita al centro di un’inchiesta da oltre cento indagati, fra agenti e dirigenti. Tra qualche giorno il giudice dell’udienza preliminare di Santa Maria Capua Vetere deciderà se e per chi disporre il processo. In questi mesi quasi tutti gli indagati raggiunti da misura cautelare hanno ottenuto la revoca delle misure e la piena libertà.

«A quasi un anno dall’emissione dell’ordinanza che sottopone gli indagati all’obbligo di dimora, appare normale che il Tribunale del Riesame ritenga non più attuali le esigenze cautelari – commenta il garante dei detenuti dalla cui denuncia partì due anni fa l’inchiesta – Durante quest’anno, alcuni indagati sono stati nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere, altri agli arresti domiciliari e altri sottoposti ad obbligo di firma o dimora; tutti sono stati sospesi dal servizio, sia agenti che amministrativi. Per molti di loro i giudici del Riesame hanno dovuto revocare per legge la misura cautelare, non certo per atto di “clemenza”. Io spero – aggiunge il garante – che giustizia venga fatta, che gli agenti coinvolti vengano rinviati a giudizio, e ritengo giusto che arrivino al processo da liberi. Mi auguro però che il processo ci concluda in fretta senza che, nemmeno lontanamente, cali su di esso l’ombra della prescrizione».

Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).