L’Italia è ancora uno Stato di diritto? Per capire che cosa significhi tale principio, è sufficiente leggere – tra le norme che riconoscono dei diritti ai cittadini – il primo comma dell’articolo 24 della Costituzione ( ‘’Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi’’) insieme al primo comma dell’articolo 25 (‘’Nessuno può essere distolto dal giudice naturale precostituito per legge’’). Nel caso dei vitalizi degli ex parlamentari sembra esservi un solo giudice: il popolo ovvero chi pretende di parlare a suo nome. I cittadini già parlamentari che si sono rivolti al loro giudice naturale – gli organi giurisdizionali interni alle Camere, nella fattispecie al Senato – vengono insultati e vilipesi nelle piazze e sui media, mentre i collegi giudicanti sono boicottati e i suoi componenti additati al ludibrio e minacciati. E a questo punto diventa indispensabile una domanda: chi ha deciso che le delibere degli Uffici di Presidenza sul taglio dei vitalizi siano giuste, eque ed inappellabili? La forza del diritto o il diritto della forza?

Ormai si è creato un clima che non ammette neppure di ragionare ad un livello meramente tecnico-giuridico, sia per quanto riguarda la forma sia i contenuti della delibera Fico, recepita, a furor di popolo, anche dall’Ufficio di Presidenza di Palazzo Madama (dove nei giorni scorsi è scoppiata la rivolta pentastellata a causa di un ipotetico giudizio di illegittimità del provvedimento, non ancora formulato). Così è e così deve continuare ad essere. Se i componenti dell’organo di giurisdizione interna osassero contraddire questa decisione, dimostrerebbero di essere collusi e in flagrante conflitto di interessi. A fronte del risorgere della telenovela dei privilegi, sarebbe certamente più onesta la linea di condotta di un tribunale rivoluzionario che fa eseguire le sentenze dai plotoni di esecuzione su persone responsabili soltanto di appartenere ad un’altra classe sociale, ad una diversa etnia, ad un’altra religione o ideologia politica. Almeno i condannati sanno perché dovranno morire. Benchè spietate, sono quelle le regole del gioco.

E’ molto più grave restare vittima di una sanzione ingiusta, nel contesto di un sedicente Stato di diritto, derivante da un’applicazione settaria e strumentale di una norma apparentemente legittima. Certo, tra i due casi c’è una differenza non da poco: il plotone di esecuzione ti fa la pelle; l’abuso della giurisdizione o di un processo decisionale deviato al massimo ti ospita nelle patrie galere o ti mette alla gogna o si limita a colpirti nel portafoglio. Fra la Parigi della Notte di San Bartolomeo e la Milano di Tangentopoli, tutti sceglierebbero la seconda. Anche se la caccia all’uomo esercitata in quelle due circostanze presentava tratti simili.

Pure la storiaccia dei vitalizi degli ex parlamentari mette in mostra progetti di risentimento e di vendetta nei confronti di una ex classe dirigente a cui si attribuiscono – a torto come a ragione – gravissime responsabilità, ma che, tutto sommato, condivide la colpa delle generazioni a cui appartiene. Ma se questo è il problema, se ‘’deve scorrere il sangue’’ (per fortuna in dose compatibile con la sopravvivenza in buona salute), lo si faccia e basta. Perché scomodare l’equità o inventarsi marchingegni contabili infondati oppure algoritmi fasulli? E’ consentito all’Ufficio di Presidenza di una Camera di deliberare, in regime di autodichia, sulla situazione patrimoniale di privati cittadini (questo – non altro – sono oggi gli ex parlamentari e soprattutto i loro eventuali supersiti)? Oppure vogliamo applicare i principi del diritto canonico (sacerdos in aeternum) anche a chi ha fatto parte soltanto per un periodo della propria vita del Parlamento? Beh! Altro che casta, allora.
Passiamo agli aspetti di palese arbitrio:
a) i criteri seguiti per il ricalcolo del trattamento non c’entrano nulla con i contributi versati. Nella fatwa di Roberto Fico, per calcolare il montante contributivo derivante dalla trasformazione degli elementi costitutivi del vitalizio (ricordiamolo: abolito pro rata dal 2012) si è assunta l’indennità vigente alla cessazione del mandato e, alla maturazione degli altri requisiti, si è calcolata su di essa il 33% (con attribuzione delle dovute ripartizioni) e si è proceduto alle rivalutazioni previste. Come è evidente si tratta di un montante contributivo solo virtuale;
b) L’ammontare risultante è stato moltiplicato per i coefficienti di trasformazione (creati in vitro) e per gli anni di esercizio del mandato. Ne deriva che sono state bugiarde e farisaiche le modalità adottate: quelle di predisporre un algoritmo basato su dati inesistenti ed inventati. Innanzi tutto, un montante contributivo costruito a tavolino, assolutamente virtuale, per calcolare contributi soltanto teorici (l’amministrazione delle Camere, al pari di quella dello Stato, non versava i contributi spettanti al datore, perché provvedeva a pagare direttamente il vitalizio al momento dell’insorgenza del diritto). In parallelo sono stati definiti, a capocchia, coefficienti di trasformazione al di fuori della scala corrente (e cioè inferiori a 57 e superiori a 70 anni). Ciò ha comportato che il coefficiente di trasformazione di un ex parlamentare ora ottantenne (e quindi con un’attesa di vita limitata) sarà quello vigente o reinventato al momento della riscossione dell’assegno.