Idee, amore ed esperienza sono tre delle tante forze di propulsione degli anziani e sono anche i tre concetti chiave che ispirano le poesie di Renato Nesi raccolte in un libro, La forma è sostanza, con un titolo quanto mai paradigmatico per commentare l’infelice “cinguettio” del governatore della Liguria, Giovanni Toti. Negli ultimi anni molti politici italiani, nonostante la rilevanza istituzionale e non solo politica del proprio incarico, hanno commesso l’errore grossolano di pensare che un tweet o un post su Facebook abbiano lo stesso valore e lo stesso impatto dell’antica chiacchierata da bar dimenticando che, secondo i più recenti dati dell’annuale rapporto digital dell’agenzia mondiale “We are social”, soltanto in Italia ci sono 50 milioni di cittadini connessi a internet e ben 35 milioni di utenti social.

E allora quando una riflessione che può essere legittima è così clamorosamente sbracata e offensiva nella forma è giusto prendersi soltanto giudizi di riprovazione. Poi, però, l’occhio più attento e razionale deve porsi anche il problema della sostanza del ragionamento dell’utilità di tutte le fasce di popolazione per lo sforzo produttivo di una comunità. Un ragionamento ancor più legittimo in un Paese come l’Italia nel quale un cittadino su tre è over 60. Un ragionamento che personalmente mi ha spinto a riflettere non già da oggi, quando sono diventata da qualche mese una over 70, ma già da quando a 63 anni, con 40 di servizio alle spalle, prima da biologa ospedaliera e poi da insegnante, alcuni miei colleghi mi suggerivano un percorso giudiziario per ricorrere contro la ‘collocazione a riposo chiedendo di restare al lavoro qualche anno in più.

Innanzitutto mi sono chiesta se fosse giusto e moralmente legittimo oppormi allo spazio che reclamano tanti giovani laureati e plurispecializzati, come i miei figli del resto, che a 35 anni sono ancora precari contrattualmente e quindi anche sentimentalmente (con conseguenze anche demografiche che sono il classico “cane che si morde la coda”). E poi mi sono domandata se la “produttività” per il mio Paese potessi realizzarla solo nelle attività lavorative che ho sempre svolto o se proprio quell’esperienza accumulata negli anni avessi potuto metterla al servizio di altri bisogni dello Stato. Soprattutto di uno Stato che fatica a garantire un efficiente sistema di welfare. Sono tra quelli che pensa che 25/30 anni di pensione mensile a carico dello Stato (mi riferisco all’attuale aspettativa di vita media) siano certamente meritati e dovuti (vista la contribuzione), ma possano e debbano essere anche continuamente “legittimati” se la salute ce lo consente.

E così, accanto al necessario tempo libero da dedicare ai viaggi, al cinema e ai nipotini, ho scelto di programmare stabilmente un impegno sociale che, se reso costante, può essere assimilabile a un lavoro. Prima per i minori a rischio dei Quartieri Spagnoli, poi per i diversamente abili della Lega del Filo d’Oro o per i bambini dell’ospedale Santobono. Un amico psicoterapeuta mi ha detto che è un ottimo modo per sentirmi viva. Un amico neurologo mi ha detto che è uno straordinario allenamento per la mente. Sono felice di sentirmi utile e mi accorgo che mi fa anche bene. Per cui va benissimo ricordare agli anziani che bisogna essere tutti socialmente produttivi. L’importante sarebbe farlo con garbo. Ecco perché qualche lettura in più e qualche tweet estemporaneo in meno farebbero bene a tutti.  A cominciare da Toti.