«Tra i 25 decessi della Liguria, 22 erano pazienti molto anziani. Persone per lo più in pensione, non indispensabili allo sforzo produttivo del Paese». Ecco l’infelice tweet del presidente della Liguria Giovanni Toti. Il governatore ha commentato così gli ultimi dati relativi all’emergenza Covid. Un’esternazione come a dire: ci dispiace, sì, ma fino a un certo punto, perché la terza età non è fondamentale per la nostra economia. Accantonato lo sgomento nell’apprendere che gli anziani sono stati ridotti a mera forza produttiva ed economica di un Paese che dovrebbe ancora comparire nella lista dei cosiddetti civili, le parole di Toti riportano anche una realtà falsata.

Non è vero che gli anziani non partecipano attivamente allo sviluppo del nostro tessuto economico. In Italia un abitante su tre ha più di 65 anni e, nel 2018, in Italia i pensionati erano circa 16 milioni, cioè il 26,5 per cento della popolazione residente. In Campania, nel 2020, gli ultra 65enni sono un milione e 111mila su una popolazione complessiva di quasi cinque milioni e 800mila persone. Le statistiche ci dicono che, nel 2020, in Campania dice che ci sono 134,7 anziani ogni 100 giovani; l’indice di ricambio della popolazione attiva supera 110, il che significa che la popolazione in età lavorativa è abbastanza anziana. «La nostra categoria, quella degli over 65 è la destinataria di gran parte dei prodotti che sono oggi sul mercato – spiega Franco Buccino, ex presidente di Auser – Basti pensare a quanto spendiamo nel settore medico e paramedico o ai viaggi culturali che la maggior parte delle volte sono pensati per le persone anziane e in pensione». Senza tener conto che genitori e nonni da sempre, e mai come oggi, rappresentano un porto sicuro per il resto della famiglia. «Siamo noi anziani che sosteniamo economicamente i giovani – dice Buccino – La nostra pensione spesso è vitale perché il lavoro dei nostri figli è incerto e perché i nostri soldi sono gli unici sostegni reali, concreti e immediati, a differenza di quelli dello Stato». I nostri anziani non sono solo una fonte di aiuti economici indispensabili, ma sono risorsa sul piano umano, sociale: sono memoria, sono esperienza e saggezza. «Lo stereotipo del vecchietto che va solo protetto è sbagliatissimo – afferma Buccino – perché, se solo si capisse il suo valore, potrebbe dare contributi alla vita politica, continuare a lavorare, seppure da pensionato, al fianco dei più giovani perché molto più sapiente e saggio».

Eppure le parole di Toti ritraggono chi è in là con l’età come qualcuno di «non indispensabile». «Il tweet di Toti riflette l’idea che lui ha delle persone in generale, prima che degli anziani – spiega l’antropologo Marino Niola – ed è un’idea puramente economicistica, tipica dei bocconiani: una persona ha senso solo se produce profitto che poi non è altro che lo specchio della nostro tempo». E il nostro tempo è quello di una società che ci impone di correre per arrivare prima del nostro compagno di università, che ci suggerisce che giungere alla meta è l’unica cosa che conta e che bisogna produrre a qualsiasi costo, in una gara sfrenata contro il tempo e contro tutti. «La nostra società – sottolinea Niola – corre molto e pensa poco, sacrifica le persone, le esaspera e poi le butta via, che non tiene conto del loro valore ma solo in relazione a quanto sono in grado di produrre ed è per questo che gli anziani vengono considerati non indispensabili».

Ma chi lo stabilisce quando una persona diventa “troppo vecchio” e quindi, “inutile”? «Non l’età anagrafica – risponde Niola – Negli Stati Uniti la fine dell’adolescenza viene indicata allo scoccare dei 50 anni. Senza andare così lontano possiamo dire che l’età anagrafica non corrisponde più a quella mentale o fisica e che a 60 anni, per esempio, un uomo è nel pieno della sua vita intellettuale e, spesso, all’apice della sua carriera». È per questo che va rivisto il ruolo dell’anziano all’interno della comunità, perché non farlo vorrebbe dire gettare al vento un patrimonio prezioso. «Per fortuna in Italia, e ancora di più nel Mezzogiorno, siamo ancora legati all’idea che la vita valga più del lavoro – afferma Niola – e bisognerebbe restituire ai più anziani il ruolo da protagonisti che avevano prima». E bisogna farlo in fretta, perché un mondo senza i nostri anziani “non indispensabili” come sarebbe? «Sarebbe un mondo cieco – conclude Niola – Gli occhi di chi è in là con gli anni conoscono ogni particolare del passato e, senza guardare quello che c’è stato prima, non si può andare avanti. Senza di loro perderemmo la bussola per il futuro».

Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.