“Meglio un campo di bocce in meno, ma uno scatolone di Viagra in più”, scriveva sulla prima pagina del Corriere Rossella Verga il 27 novembre del 2005. Lo avevano richiesto in un’affollata assemblea al Circolo della stampa di Milano ben trecento anziani, e allora che ero assessore alle politiche sociali me ne ero fatta subito portavoce, proponendo di destinare al Viagra scontato per gli anziani una voce consistente nel bilancio del 2006. Cinquecentomila euro. La questione riguardava infatti la qualità della vita e l’affettività, ma anche un problema economico: una singola pillola blu costava 9 euro, ma la confezione era da quattro e la spesa ammontava a 36,98.

Milano è da sempre una città longeva (e la Regione Lombardia ne ha il primato in Europa), in cui le varie amministrazioni comunali di ogni tendenza hanno sempre dato grande attenzione alle politiche sociali. Gli anziani sono tanti, almeno il trenta per cento, e molti vivono soli. Sconfiggere la loro solitudine vuol dire allungare loro la vita, aiutarli a essere parte attiva della società e della città. E in tanti lo sono. Quel grido per avere il prezzo sociale sul Viagra di quel novembre del 2005 era un modo di dire al mondo: ci siamo, siamo vivi, siamo attivi e viviamo ogni giorno anche l’amore e la sessualità. In farmacia non andiamo solo per il farmaco dell’ipertensione, ma anche per quello dell’amore. Non avrebbero certo immaginato che, quindici anni dopo, avrebbero sognato un vaccino per il Covid 19 invece del Viagra. E neanche che qualcuno (penso siano in tanti, non solo l’incauto addetto stampa di un governatore) li avrebbe considerati “improduttivi”. Proprio loro che avevano ricostruito un Paese sulle macerie della seconda guerra mondiale e poi si erano ritrovati negli anni Duemila anche a mantenere spesso con la loro pensione figli e nipoti.

Per questo vennero presi molto sul serio a Milano nel 2005, anche se poi i 500.000 euro necessari non trovarono compatibilità nel bilancio e le case farmaceutiche si mostrarono poco disponibili al “prezzo politico”. La politica se ne occupò, certo. Gabriele Albertini, che oggi ha per l’appunto settanta anni esatti, e che allora era il sindaco di una giunta di centrodestra, ricorda che se ne parlò molto. «E’ un argomento controverso – dice prudentemente-, certo la cosa più importante è la salute, ma se si è anche sessualmente attivi si sta meglio». Attivi, appunto, un termine che pare in contraddizione con il concetto di vecchiaia. Ci furono quelli incuriositi, allora, come l’ex premier Romano Prodi che disse: «Perché no?», quelli lirici come Emanuele Fiano, che era il capogruppo Pd in consiglio comunale («Il sesso e l’amore non sono le cose più belle della vita?») e quelli scettici come il capogruppo della Lega Matteo Salvini il quale, un po’ disorientato, spostò il discorso («Meglio investire i soldi nel latte in polvere»), ma tutti sapevano che non si stava parlando solo di disfunzione erettile.
Infatti la popolazione anziana attiva, fatta di quelli che si erano sempre alzati al mattino e si erano rimboccati le maniche, quelli che erano stati la spina dorsale della società, nella richiesta di sconto sul Viagra aveva trovato il proprio simbolo. La vecchiaia non è solo fragilità, ma neanche solo esperienza e saggezza, avevano detto al mondo. Avere settant’anni (o magari ottanta) avevano detto, è anche la ricchezza e la gioia della vita. È uscire dalle quattro mura, quelle domestiche e quelle della mente.

È avere un progetto di vita. Di vita, non di sopravvivenza. Come scrivevano ogni giorno, su un mensile di otto pagine con testata registrata al Palazzo di giustizia che avevo creato con il titolo di Anziano sarà lei, non bisogna farsi travolgere dall’indebolimento del corpo, ci sono tanti modi di “prendersi cura”, di se stessi e degli altri. Il fatto stesso che in quei giorni il problema fosse diventato politico, e non solo in sede locale, potrebbe essere un segnale anche per i giorni di un oggi drammatico. Nel momento in cui tutti stiamo correndo il rischio di ammalarci e la possibilità di morire di virus è proporzionalmente legata, oltre che ad altre fragilità, anche all’età, vogliamo che gli anziani vivano o sopravvivano? Vogliamo che siano soggetti attivi, e quindi produttivi, o un fardello, sia pur affettivo, da nascondere – affettuosamente, certo – sotto il tappeto insieme alla polvere?

«Ciascuna parte della vita ha un suo proprio carattere, sì che la debolezza dei fanciulli, la baldanza dei giovani, la serietà dell’età virile e la maturità della vecchiezza portano un loro frutto naturale che va colto a suo tempo». “Cato Maior de senectute” viene raccontato da Cicerone quando ha 83 anni. “Maior” vuol dire “Il Vecchio”, ed è una parola nobile, che distingue dal più giovane, ma che non evoca per forza la vicinanza alla fine. Nel dialogo si parla della vecchiaia, Catone parla a due giovani e discutendo contesta i luoghi comuni sull’età avanzata e anche l’uso di accostarne il concetto a quello di morte. La debolezza fisica, prima di tutto, che è poi la stessa maledizione che viene rovesciata addosso, nel 2020 del virus, a chiunque sia portatore di “altre patologie”. L’attenuarsi delle capacità psichiche, poi, quasi come se, quando oggi si dice di attenersi alle tre regole (lavarsi spesso le mani, portare la mascherina, evitare gli assembramenti con il distanziamento), la persona anziana non fosse in grado di cogliere bene il messaggio e quindi sia meglio tenerlo sotto chiave, in modo che non si sbagli. Catone parla anche della sessualità, e ne contesta l’abbandono da parte dei vecchi. È solo diversa, dice, non potendosi appellare all’aiutino di qualche farmaco che non esisteva duemila e rotti anni prima.

È diversa nell’età ancora fragile e incerta del fanciullo, in quella baldanzosa dei giovani, in quella equilibrata dell’età adulta e in quella matura dei vecchi. Poi dice degli affetti, anche tra padri e figli e nipoti, tra giovani e anziani. Una comunità. Una comunità che è e non può che essere un unicum. Senza egoismi o contrasti di generazioni. Lo ricordava lo stesso Presidente Sergio Mattarella pochi mesi fa, nella lettera che il 22 marzo di quest’anno, in piena emergenza Covid, aveva scritto al suo collega tedesco Steinmeier che aveva mostrato solidarietà al popolo italiano per la tempesta virale che lo aveva colpito. «Qui –aveva scritto il Presidente italiano – in numerosi territori, con tante vittime, viene decimata la generazione più anziana, composta da persone che costituiscono per i più giovani punto di riferimento non soltanto negli affetti ma anche nella vita quotidiana».

Catone Il Vecchio ottantatreenne nell’anno 151 avanti cristo, trecento anziani milanesi nel 2005, il settantanovenne Presidente Mattarella nel 2020 parlano di una comunità. Non parlano ai giovani in modo paternalistico, non rivendicano per sé saggezza e onnipotenza. Ma non accettano che la convivenza con la fragilità appartenga solo ai vecchi. E che la vita, da un certo momento in poi, sia ridotta a sopravvivenza. Ci siamo tutti, dicono. E se siamo attivi, siamo anche “produttivi”.