Antonio Scurati ha, da par suo, puntato l’indice sulla decimazione di anziani, su quelli che la pandemia sta sterminando in queste settimane di dolore. Ci ha ricordato che a quella generazione l’Italia deve la sua rinascita e la sua crescita nel dopoguerra, che a quelle donne e a quegli uomini si deve la formazione di un patrimonio immobiliare imponente che pone tanta gente al riparo nelle avversità, che da quella stagione deriva la costituzione di un risparmio familiare tra i più alti al mondo. È tutto vero. Impegno, fatica, fattori economici di partenza terribili, condizioni di lavoro disumane, logiche di sfruttamento salariale che ancora lasciano strascichi nella vita del Paese. Tuttavia.

Tuttavia è la stessa generazione che ha consegnato ai più giovani un territorio deturpato e saccheggiato da abusivismo e inquinamento come nessun altro in Occidente, ha messo in piedi un regime pensionistico che, per anni, ha consentito di andare in pensione dopo solo 14 anni e 6 mesi di lavoro; ha determinato una spesa pubblica incontrollata e gigantesca in settori parassitari e clientelari; ha consegnato un apparato statale e istituzionale sostanzialmente fallito; ha contrastato in modo inefficace mafie e corruzione.

E l’elenco dei danni sarebbe lungo da snocciolare: dalla scuola ai partiti, dai sindacati alla giustizia, dalla selezione della classe dirigente alla sanità. Ecco la sanità. Migliaia di anziani – e vedrete il conto sarà ancora più drammatico quando la magistratura avrà setacciato tutte le responsabilità – sono morti in totale abbandono e in una imperdonabile solitudine. Lontano dagli affetti e dai propri parenti; lontano da un conforto religioso o morale che non fosse quello di eroici cappellani e medici.

Tutti hanno pagato un prezzo enorme e intollerabile alle tante negligenze che pur hanno non sempre consapevolmente assecondato in vita; ai tanti politici cialtroni e incompetenti che hanno tollerato nel loro eloquio mistificante; alle tante risorse che, non poche volte, hanno concorso a sperperare facendo cadere su figli e nipoti il prezzo di un debito pubblico spaventoso e fuori controllo ormai. Sono gli stessi anziani che, purtroppo per i più giovani, hanno talvolta abdicato alla propria cittadinanza trasformandosi in onnivori spettatori televisivi, che da un certo punto in poi sono diventati più benestanti dei propri figli precari o dei nipoti disoccupati; che hanno difeso strenuamente le proprie pensioni in nome del diritto quesito. Una Nazione mal governata, mal gestita, mal funzionante li ha fagocitati d’un colpo, senza muovere un dito, senza neanche attaccarli a un respiratore nei terribili spasmi della fame d’aria.

O forse no. O forse dobbiamo chiederci se a pagare il prezzo di tutto ciò siano stati quelli con le pensioni minime, quelli che non potevano permettersi le case di riposo di lusso, quelli che i familiari hanno derelitto perché le pensioni non erano appetibili, quelli soli e senza un aiuto. Risuonano ruvide, quasi urticanti le parole di Giuseppe De Rita nell’intervista resa al Corriere della sera il 14 aprile scorso: «Moltissimi anziani hanno una pensione decente, aiutano figli e nipoti, hanno case acquistate in una irripetibile stagione della nostra storia … Gli anziani in Italia manterranno un ruolo affettivo perché è anche economico». Ma al tempo stesso sono parole che tracciano la distanza e la differenza tra “i sommersi e i salvati” dal fuoco virale di questo tempo; tra chi aveva a disposizione una rete di protezione, comunque conquistata, e chi si è trovato esposto alla morte nella solitudine di una corsia o di una stanza.

Non sono morti su cui si può stendere il velo del giustizialismo, invocando la testa dei colpevoli e reclamando adeguati risarcimenti. «Da allora, a un’ora incerta, quell’agonia mi torna. E finché la mia storia di orrore non sarà detta. Questo cuore brucia in me» recitava un verso della Ballata del vecchio marinaio di Coleridge con cui Primo Levi iniziava la sua opera più dolorosa. Ecco toccherà all’intero Paese ricostruire, senza inganni e senza retorica, una relazione sincera e profonda con la generazione mietuta dal male nascosto, poiché la storia di orrore di queste settimane andrà pur raccontata nei suoi epiloghi, ma anche nelle sue terribili premesse.

E, cessata la furia delle Erinni che pretendono di trasformare la storia in sentenze o le sentenze in storia, dovrà pur stabilirsi se e quando i morti e i sopravvissuti hanno errato nell’edificazione della nazione che consegniamo alle generazioni future, uniche al mondo a star barricate in casa con le scuole chiuse sino al prossimo autunno e a veder crescere la propria distanza dalla modernità che ci trascina.