«Nessuno dei grandi delitti di mafia di Palermo è un delitto di mafia». È la frase che tormenta, al culmine di una serata milanese, verso le quattro del mattino, con la complicità di una bottiglia di pregiato rum cubano, Attilio Bolzoni, giornalista “antimafia” militante. Uno di quelli che sono vissuti e hanno costruito la propria carriera al fianco di pubblici ministeri e “pentiti”. Oggi lui e i suoi amici di bevuta sembrano non crederci più. E nel trentennale delle stragi del 1992, mentre sotto i riflettori del circo mediatico-giudiziario c’è solo uno che con quella storia non c’entra niente, anche e non solo per motivi anagrafici, e si chiama Roberto Saviano, l’antico cronista giudiziario, il coraggioso che fu, al fianco dei pm coraggiosi, pare non crederci più, dopo tanta militanza.

Dice di non aver neanche voglia di andare alle tante commemorazioni cui forse sarà invitato (ma forse no, che crudeltà), tranne un paio di appuntamenti nelle scuole con gli studenti. Che tristezza, e non è certo per l’età (che cosa sono oggi sessantasei anni?) o la mancanza di lavoro, visto che Domani come testata non è seconda a Repubblica né al Fatto come distributrice di gogne e manette. Il punto è un altro. È che i magistrati coraggiosi al cui cospetto si inchinavano ogni giorno i cronisti coraggiosi sempre pronti allo scambio di merce –scoop contro notorietà-, dopo la conclusione infausta del processo “Trattativa”, sono usciti dai radar delle vittorie facili e della storia dell’antimafia militante. Dopo aver portato a casa una serie di batoste che non è ancora finita, se pensiamo all’inseguimento affannoso ma dal fiato corto nei confronti di Silvio Berlusconi. Perché la verità è che queste bande di coraggiosi avevano l’ambizione di volare ben più alto di Falcone e Borsellino. I quali, poveri ingenui, si erano accontentati di far processare e poi arrestare gli assassini sanguinari, gli stessi corleonesi che poi avrebbero giustiziato anche loro. I coraggiosi sono un’altra stirpe, sono quelli che “nessuno dei grandi delitti di mafia di Palermo è un delitto di mafia”.

È una piccola incultura, una storia fatta di intercettazioni più o meno legali, di deposizioni di “pentiti” spesso ricavate da colloqui investigativi senza il magistrato né il difensore, e poi il mercimonio di carte coperte dal segreto, violato costantemente da chi avrebbe il dovere istituzionale di proteggerlo e custodirlo. Colpire il nemico, la parola d’ordine. Costi quel che costi. Anche con un uso politico degli uomini d’apparato, in particolare della Dia, la direzione investigativa antimafia voluta da Giovanni Falcone. Sono i primi anni novanta, mentre a Milano si svolge la sarabanda di Tangentopoli, a Palermo arriva il procuratore Giancarlo Caselli, mentre le inchieste dell’”antimafia” militante hanno come obiettivo la Dc di Giulio Andreotti e la sua stessa persona, con un’operazione di politica giudiziaria di nome “Galassia”. Che terminerà con una sconfitta dei magistrati coraggiosi e dei cronisti coraggiosi al loro seguito. Costretti provvisoriamente, nell’attesa del successivo colpo grosso con l’entrata in politica di Berlusconi, a ripiegare su un magistrato.

Corrado Carnevale, presidente della prima sezione penale della corte di Cassazione, è sempre stato un primo della classe, uno di quegli antipatici che ti fanno notare gli errori. E aveva scoperto con trent’anni di anticipo quanta ignoranza, incompetenza e approssimazione si trova spesso negli atti giudiziari. E massacrava ogni deviazione formale dalle procedure. Era sicuramente un “ammazzasentenze”, ma non nel senso che gli veniva attribuito dagli articoli dei cronisti coraggiosi come Bolzoni. Giornalisti che non si sono mai domandati come mai uno come Adriano Sofri, che non era certo un mafioso né un amico di Carnevale, avesse attuato addirittura uno sciopero della fame alla notizia che quel presidente non sarebbe più stato chiamato a giudicare i tanti svarioni formali del processo in cui lui era imputato. Ma il capolavoro di quegli anni, dopo le clamorose assoluzioni di Andreotti e Carnevale, è l’operazione “Oceano”, quella che riguarderà Silvio Berlusconi. E che sarà solo la prima, perché la storia non è ancora finita. Anche se si sa già che sarà accantonata come tutte le altre. I cronisti coraggiosi, quelli che sono già pronti con articoli-lenzuolo e libri e talk a commemorare il trentennale delle stragi di mafia, non parlano mai di “Oceano”. Perché dovrebbero spiegare quando meno qualche coincidenza temporale.

Era il 25 gennaio del 1994. Una data che non dovrebbe dire niente, se non fosse il giorno precedente a quello in cui il presidente di Fininvest e del Milan si affacciò nei nostri televisori e disse “L’Italia è il Paese che amo…”e annunciò la propria candidatura alla Presidenza del Consiglio contro il leader del Pds Achille Occhetto. Nelle stesse ore in cui Berlusconi si preparava a vincere le elezioni politiche del 28 e 29 marzo, la Dda di Caltanissetta, impegnata nelle indagini sull’uccisione di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli uomini della scorta, affidava “ampia delega” agli uomini della Dia per l’ ”eventuale individuazione di mandanti della strage di Capaci legati al mondo politico-imprenditoriale-finanziario”, disponendo anche intercettazioni telefoniche nei confronti dei fratelli Alberto e Marcello Dell’Utri, Vittorio Mangano, Rosario Cattafi e Pietro Rampulla. La rete era stata lanciata, mentre già trapelava il nome del “pentito” Salvatore Cancemi, da subito ben addomesticato.

Il senso politico dell’operazione, che naturalmente finirà in niente come tutte le successive nel corso di trent’anni, è molto chiaro. E molto allarmante, tranne per coloro che continuano a pensare che le stragi di mafia non le abbiano pensate e portate a termine i corleonesi. Perché negli stessi giorni in cui Berlusconi stava annunciando il suo ingresso in politica, la famosa discesa in campo, i magistrati coraggiosi, con l’uso di quella parte della Dia legata al mondo della sinistra (ci furono scontri furibondi tra gli stessi investigatori) e la complicità dei cronisti coraggiosi, stava già indagando su di lui. Come mandante della strage di Capaci. Come assassino di Falcone, di questo stiamo parlando. Ci aiuta nella memoria su quei giorni lo stesso Attilio Bolzoni, che nello stesso lungo articolo su Domani, che pare il testamento di uno sconfitto, racconta un episodio di qualche mese fa. Sono stato improvvisamente chiamato in questura con una convocazione “urgente”, racconta. «Ho trovato tre magistrati che conoscevo (ovvio, ndr), uno della procura nazionale antimafia, uno della Procura della Repubblica di Caltanissetta che indaga sulle uccisioni di Falcone e Borsellino, il terzo della Procura della Repubblica di Firenze, quella dell’inchiesta sulle bombe ai Georgofili del 1993». I tre volevano chiarimenti su un articolo firmato da Bolzoni e D’Avanzo del 20 marzo 1994 intitolato “Quell’affare di mafia e mattoni”.

Riguardava Berlusconi, ovvio, un tentativo di stroncarlo a una settimana dalle elezioni. La deposizione dura un’oretta. Ma il cronista coraggioso è un ragazzo sveglio e pensa subito: accidenti, ma il presidente di Forza Italia in questo momento si sta candidando alla Presidenza della Repubblica! Previsione che lui del resto ha già festeggiato con lo spargimento del solito fango, con due belle pagine su Domani firmate con il collega Nello Trocchia proprio sui fantasiosi collegamenti con le stragi del 1992. Ma guarda tu le coincidenze! A ogni candidatura di Berlusconi scattano all’unisono magistrati coraggiosi e cronisti ancor più coraggiosi a imputargli le stragi. La notizia che ci dà Bolzoni (spontaneamente? È di particolare gravità: si muove anche la Procura nazionale antimafia? Ma resta il fatto che, dopo il flop del processo “Trattativa” e dopo tutte le assoluzioni e le archiviazioni, da “Oceano” in avanti, sarà meglio che tutti questi capitani coraggiosi comincino a rassegnarsi: le stragi di mafia le ha fatte la mafia, come dicevano Falcone e Borsellino. Questo riconoscimento è la migliore commemorazione per il trentennale.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.