Brutto colpo della quinta sezione della Cassazione nei confronti dei magistrati fiorentini, il procuratore Creazzo e i pm Tescaroli e Turco. E insieme a loro anche ai giudici del riesame, nelle indagini su Berlusconi e Dell’Utri per le stragi del 1993. Nella motivazione che spiega come non sia corretto fare a casaccio perquisizioni e sequestri alla vaga ricerca di un documento inesistente, i giudici fanno una bella lezioncina di procedura penale. Non fate i furbini, dicono. Perché occorre “evitare che il sequestro probatorio assuma una valenza meramente esplorativa di notizie di reato diverse ed ulteriori rispetto a quella per cui si procede”.

Basterebbe questa sonora tirata d’orecchie della cassazione per giustificare l’urgenza del fascicolo del magistrato. Dove registrare i continui abusi di potere fuori dalle regole esercitati da talune toghe nei confronti degli imputati, ma anche, come in questo caso, di persone totalmente estranee a qualunque indagine. Il succo della tirata d’orecchie è questo: non fate la pesca a strascico, sequestrando una serie di apparati elettronici per vedere se ci sono tracce di un documento di cui non si sa neppure se esista, ma in realtà per andare a cercare, indebitamente, reati che riguardano un’altra causa. Quella sulle stragi. Complicato? No, se si segue la storia dal principio. In principio c’è un signore che si chiama Giuseppe Graviano, condannato all’ergastolo come mandante, insieme a Totò Riina e Leoluca Bagarella, cioè il vertice di Cosa Nostra, per tutte le stragi di mafia del 1993. Graviano è anche imputato in Calabria in un processo che si chiama “’ndrangheta stragista” ed è in questa sede che comincia a lanciare messaggi obliqui su Silvio Berlusconi. E’ il 2020 e il boss, dall’aula dove si svolgono le udienze, lancia sospetti sull’origine dei capitali con cui l’imprenditore di Arcore avrebbe iniziato la sua fortuna.

Sarebbero capitali mafiosi, cioè un investimento del nonno di Graviano, Filippo Quartrararo che, con altri suoi compari, avrebbe versato a Berlusconi venti miliardi di lire a titolo di investimento per affari comuni. Di questo contributo esisterebbe un documento, che in realtà non c’è. Il nonno è defunto e così il cugino Salvatore che avrebbe visto il foglio che comprovava il versamento. Graviano addirittura sospetta che Berlusconi sarebbe all’ origine del suo arresto, per non pagargli il debito, per non riconoscergli la comproprietà nei suoi beni. Ora, nessuna persona normale potrebbe credere a tutto ciò, ma la fantasiosa ipotesi di una comproprietà di Giuseppe Graviano con l’impero economico di Berlusconi diventa attraente per certi pubblici ministeri se quell’investimento del nonno viene descritto come la fase preparatoria delle bombe, “l’antefatto rispetto alla strategia che ha condotto alle stragi del biennio 1993-94”. In realtà Graviano di questa vicenda aveva già parlato in carcere e le sue intercettazioni, finite al processo per la trattativa Stato-mafia, avevano già portato a un’archiviazione nei confronti di Berlusconi. Una delle tante, a Palermo come a Caltanissetta. Ma non (ancora) a Firenze, dove il procuratore Giuseppe Creazzo con i due pm Luca Tescaroli e Luca Turco stanno ancora indagando sul leader di Forza Italia e Marcello Dell’Utri come mandanti esterni delle stragi.

Senza timore del ridicolo, gli uomini della Procura hanno girato l’Italia all’inseguimento di Graviano ( che li prende in giro) e inviato gli investigatori della Dia dalle parti del quartiere residenziale di Milano 3 alla ricerca di un appartamento e di un residence in cui il boss di Cosa Nostra dice di aver incontrato Berlusconi. Ricerca vana, come quella del documento del nonno. È a questo punto che l’accanita ricerca dei pm fiorentini (i quali sono ben consci del fatto che la loro inchiesta finirà come le precedenti, con un’archiviazione) si scaglia su due persone totalmente estranee, se non per un vincolo di parentela, il fratello Benedetto e la sorella Nunzia di Giuseppe Graviano. I quali non sono mafiosi e nulla hanno a che fare con le vicende del parente. Che cosa fanno dunque i pubblici ministeri di Firenze? Dispongono perquisizioni nelle loro case e poi il sequestro di quattro cellulari, due computer e una pen drive, alla ricerca di quel fantomatico documento che attesterebbe il finanziamento del nonno a Berlusconi una cinquantina di anni fa.

Ma il problema è che quella scrittura privata ai pubblici ministeri interessa solo per poter dimostrare il coinvolgimento di Berlusconi nelle stragi. Una specie di gioco delle tre carte, insomma. Dispongo un sequestro dicendo che mi serve acquisire notizie in un’inchiesta sul finanziamento, ma in realtà vado cercando notizie sulle stragi. E questo non si fa, dice la Cassazione. Sposando in toto la tesi dell’avvocato Mario Murano, che assiste i due fratelli perquisiti, di “fantasmagorica ipotesi investigativa”. Pericolosa, stabiliscono le motivazioni della sentenza di annullamento con rinvio, perché manca il nesso tra i reati per cui si procede. In termini giornalistici quel che hanno fatto i pm fiorentini, avallati dal tribunale del riesame, si chiama pesca a strascico: getto la rete a casaccio e vedo quel che mi arriva. Bocciati e costretti a rifare il compito. E io pago, direbbe Totò. Ma c’è poco da ridere. Ben venga il fascicolo del magistrato, cari pm fiorentini.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.