I due giudici togati e i sei popolari sono entrati in camera di consiglio e il povero piccolo Travaglio è terrorizzato, dopo che persino il suo giornale è stato costretto a lanciare l’allarme: la strada di una riconferma in appello della sentenza di condanna per gli imputati del processo “Trattativa” “è tutta in salita”. Così l’articolo, piuttosto equilibrato, di Marco Lillo, che spiegava le difficoltà dei pm dopo l’assoluzione definitiva di Calogero Mannino, il perno dell’accusa che ha fatto crollare tutto il castello, è stato accantonato e sostituito da un vero urlo di dolore di sapore ricattatorio del direttore del quotidiano delle manette. Nel quale si prospettano suicidi di massa, nel caso, non infondato, di una sentenza assolutoria.

Ieri abbiamo raccontato di quanto sia scombinato questo processo, che non solo mescola le mele con le pere, ma che ha costretto gli organi dell’accusa ad aggiustamenti in corso d’opera, ma mano che la fantasia non bastava più, e ne era stata sparsa parecchia, a piene mani. Ma va sempre ricordato che persone innocenti sono state accusate e incarcerate. Basti pensare alle sofferenze sofferte per…quanti anni? venticinque? trenta? da Calogero Mannino. In sintesi – lo ripetiamo per chi potrebbe esser tentato di dar retta a quelli tipo Marcolino – l’ex esponente democristiano nel 1992, terrorizzato per la ferocia della mafia che lo aveva preso di mira come proprio nemico irriducibile, avrebbe cercato, tramite gli uomini del Ros, un accordo con i boss. Per far cessare le stragi e salvare la propria vita. Fino a qui, ammesso che l’ipotesi dell’accusa avesse fondamento (in realtà le cose andarono diversamente), non ci sarebbe neanche niente di strano o disdicevole. Rappresentanti dello Stato che si adoperano per impedire ulteriore mattanza, nella stagione delle stragi. Ottima iniziativa.

Ma il punto vero del processo “Trattativa” è la perversione malata di chi l’ha ipotizzata. La mafia non regala niente, ovvio. Quindi, che cosa voleva in cambio della tregua? Ecco il famoso “papello” di Totò Riina con le richieste. Che però è già stato stabilito fosse un falso. E l’unica richiesta che secondo i pubblici ministeri di Palermo sarebbe stata soddisfatta è quella che riguarda la cancellazione dell’applicazione dell’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario ai mafiosi in carcere. Ma questo non è mai successo, a nessun capomafia è mai stato tolto il peso della detenzione “impermeabile” prevista da quell’articolo. Si sono sprecate paginate d’accusa a un ministro della giustizia per bene come Giovanni Conso, solo perché nel 1993 aveva applicato una sentenza della Corte Costituzionale che imponeva quel che del resto già prevedeva la riforma carceraria, e cioè la personalizzazione individuale di ogni modalità di applicazione della pena in carcere. Sentenza che il ministro aveva applicato individuando 336 detenuti cui non venne rinnovato il regime del 41 bis, che non andava replicato, aveva ammonito l’alta corte, in modo automatico. Di questi, solo 18 risultavano aderenti a qualche cosca. E non erano certo dei capi. Argomento chiuso, quindi. Infatti neanche nel grido di dolore di Marcolino di ieri se ne parla più.

Procediamo con la fantasia. Nel tourbillion di governi e rotazioni di ministeri che segnarono il biennio finale della prima repubblica, nel 1993 fu anche sostituito il capo del Dap, il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. A Nicolò Amato subentrò la coppia Capriotti- Di Maggio, in cui l’uomo forte era il vice che infatti inventò prontamente i colloqui investigativi nelle carceri, quelli che prescindevano dall’autorizzazione del pubblico ministero (che non era tenuto neppure a essere informato) e che avevano il compito di costruire il “pentitificio”. Nicolò Amato era l’uomo che aveva collaborato alla riforma Gozzini, era quello che aveva manifestato dissenso alla riapertura delle carceri speciali di Pianosa e Asinara, e che aveva scritto quel documento contro il 41 bis che sarà fatale per la sua destituzione dopo dieci anni dalla presidenza del Dap. Questa è la realtà. Ma… Nella ricostruzione fantasiosa in cui tutto fa il brodo della “trattativa”, anche la destituzione di Amato viene interpretata come la cacciata del “duro” delle carceri per favorire i boss detenuti. Lui stesso, che mai aveva digerito quell’ingiusto siluramento, divenne al processo una sorta di testimone contro al se stesso che era stato, il riformatore contrario alla legislazione dell’emergenza. Così dovrebbe invece passare alla storia, secondo la vulgata travaglista, come il negriero che frustava i detenuti, invece di colui che aveva in orrore i provvedimenti emergenziali e lo aveva dimostrato in ogni sua azione quotidiana, dentro e fuori le carceri. Ci sono decine di atti parlamentari, di sue audizioni a dimostrarlo.

Ma tutto fa brodo nel gioco della fantasia. Quindi, ricapitolando, la mafia non ha ottenuto niente dalla “trattativa”. E neanche lo Stato. Perché, dopo l’uccisione di Salvo Lima il 17 marzo 1992, avvenuta un mese e mezzo dopo la sentenza di cassazione del maxiprocesso, cioè il punto di partenza del progetto-trattativa che sarebbe albergato nella testa di Calogero Mannino, ci sono stati l’omicidio di Falcone e poi quello di Borsellino e poi ancora gli attentati del 1993. Le stragi non sono cessate, quindi, anzi si sono moltiplicate con la loro ferocia. Questa sarebbe la prima fase della “Trattativa” tra lo Stato e la mafia. E ancora non si è capito in che cosa sia consistita e quali vantaggi abbiano ricavato le parti contraenti. Certamente non ha vinto lo Stato, con due valorosi magistrati ammazzati e i boss a lungo latitanti (Riina sarà arrestato nel 1993). Sconfitti anche gli uomini del Ros i quali, contrariamente a quel che si scrive e riscrive in modo ossessivo, avevano tentato di usare Vito Ciancimino come cavallo di Troia all’interno di Cosa Nostra proprio per aiutare, in cambio di un sostegno alla sua famiglia, nella cattura dei latitanti.

Siamo arrivati nella narrazione al 1994 e ancora di “trattativa” non c’è prova alcuna. Del resto la sentenza di appello, confermata in cassazione, nei confronti di Mannino è molto esplicita e ben più severa di noi che ci limitiamo a parlare di fantasia. I termini ben selezionati dai giudici sono “incongruenza”, “illogicità”, inconsistenza” non solo delle prove, ma di tutta quanta la costruzione dell’accusa. La seconda fase, quella in cui entra in scena come vittima predestinata Marcello Dell’Utri, è addirittura grottesca, insostenibile neppure come ipotesi fantasiosa. Infatti, nel grido di dolore di due pagine del direttore del Fatto, gli sono dedicate non più di dieci righe. È imbarazzante il tentativo di tirar dentro a ogni costo in vicende di mafia Silvio Berlusconi. Anche se, in questo caso, sarebbe stato, nella veste di presidente del consiglio, vittima dell’assalto minaccioso di Dell’Utri a un corpo dello Stato. Riportiamo tra virgolette la prosa di Marcolino perché è esilarante – «Il quale (Berlusconi, ndr), vinte le elezioni del ’94 anche grazie ai voti di mafia e ‘ndrangheta, prosegue la demolizione dell’antimafia…soprattutto con le tre norme filo-mafia contenute nel decreto Biondi…».

Ora, va bene la fantasia, ma il primo governo di centrodestra, durato otto mesi, non dimentichiamolo, purtroppo ha avuto il demerito di rendere definitivo quel provvedimento che era stato solo emergenziale e che si chiama 41 bis. Secondariamente, il decreto Biondi, simpaticamente chiamato fino a questo momento “salvaladri”, non ha scarcerato nessun mafioso. Oltre al fatto che, dopo il suo ritiro da parte del governo, meno del dieci per cento dei detenuti usciti è rientrato in galera. Che cosa c’entra Dell’Utri? Quale sarebbe stato il suo ruolo? Ah già, ci eravamo dimenticati di lui, il più innocente di tutti. Avrebbe riferito del successo conquistato dalla mafia con il decreto Biondi ribattezzato “salvamafia”, a Vittorio Mangano in alcuni incontri sul lago di Como. Come a dire: visto come siamo stati bravi ad aiutare la mafia con un provvedimento di scarcerazione che non ne ha fatto uscire nemmeno uno? C’è bisogno di aggiungere altro, signori della corte d’appello?

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.