Avvertimenti quotidiani. Non quelli contenuti in una lettera del mafioso Graviano, ma quelli di Travaglio alla ministra Cartabia. Con tre domande. È informata della lettera? Ha risposto? Lo hanno fatto i suoi uffici? Il nuovo processo “Trattativa Stato-Mafia” è ormai pronto, e ne dà notizia in grande spolvero l’apertura del Fatto quotidiano di ieri. Alla sbarra questa volta a rappresentare il governo non più Calogero Mannino ma la ministra Marta Cartabia con tutta la Corte Costituzionale. I coimputati, in luogo del generale Mori e i carabinieri “infedeli”, Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. Non manca il mafioso, non più Giovanni Brusca ma Giuseppe Graviano.

Galeotta fu la lettera e chi l’ha scritta. L’ Espresso ha cominciato a parlarne nel suo numero del 6 marzo scorso, ipotizzando, con il fiuto del giornalismo investigativo “antimafia”, che «..il boss, approfittando del nuovo cambio in via Arenula, sta pure pensando a una lettera da inviare alla ministra della giustizia Marta Cartabia, per spiegare le sue ragioni da mafioso ed ergastolano che vuole uscire». L’idea della missiva o del piccione viaggiatore non c’entra niente con il testo dell’articolo, che racconta di un viaggetto dei pubblici ministeri di Firenze, Luca Tescaroli e Luca Turco, che sarebbero stati stimolati ad aprire la terza inchiesta (dopo due precedenti archiviazioni) nei confronti di Berlusconi dalle parole pronunciate dal boss Giuseppe Graviano nella Corte d’assise di Reggio Calabria.

Il processo riguardava gli attentati ai carabinieri di cui sarebbero stati responsabili sia boss di Cosa Nostra che della criminalità organizzata calabrese, e infatti si chiamava “’Ndrangheta stragista”. In quell’occasione il più giovane dei fratelli Graviano (anche il maggiore, Filippo, è in carcere al regime di 41 Bis) aveva detto (ma non l’abbiamo già sentita questa storia?) di aver incontrato tre volte Berlusconi durante la latitanza e anche che il proprio nonno era stato una sorta di socio occulto del presidente di Forza Italia quando questi ancora non era entrato in politica ma era un semplice imprenditore brianzolo. Il che aveva determinato nell’immediato parole sconcertanti nella sentenza di condanna, che parlava di mandanti politici degli attentati ai carabinieri.

Mandanti che “attraverso la strategia della tensione volevano evitare l’avvento al potere delle sinistre, temuto anche dalle organizzazioni criminali”. E la trasmissione immediata del fascicolo al procuratore di Reggio Calabria Giovanni Bombardieri. Un fascicolo destinato a tener compagnia a tutti i precedenti nel cassetto delle archiviazioni, ne siamo certi. Ma intanto il faldone c’è. E diventa, come si dice a Roma, trippa per gatti dell’informazione privi del senso del ridicolo nell’immaginare un Berlusconi vestito da bombarolo per impedire a Occhetto di vincere le elezioni. Obiettivo raggiunto brillantemente con regolari elezioni del 1994. Bomba o non bomba.

Ma a follia si aggiunge follia. E, come se tutto ciò non bastasse, ecco i pm fiorentini mettersi in viaggio, dopo quella deposizione, per andare a sentire con le proprie orecchie, e il proprio fascicolo tra le mani, Giuseppe Graviano. Il quale annuncia di voler scrivere un libro, oltre a ripetere le solite cose sul proprio nonno e sull’origine dei capitali dell’imprenditore Berlusconi. Vicende trite e ritrite, se non fossero opportunamente inquadrate, nella stampa di militanza “antimafia” -cui di recente all’Espresso e al Fatto si è festosamente aggiunto il quotidiano Domani, ultimo parto del nemico storico di Berlusconi, Carlo De Benedetti- nell’orizzonte politico di un nuovo progetto Trattativa.
Così il boss Graviano e le sue lettere (eh si, le missive sono due) vengono usati, non tanto o non solo per colpire il solito Berlusconi, ma soprattutto per mettere i denti nel collo alla ministra Cartabia, alla giurisprudenza della Corte Costituzionale e addirittura della stessa Corte Europea dei diritti dell’uomo. E porre le premesse per il nuovo processo Trattativa.

Perché l’obiettivo non è più l’uomo di Arcore. Che tra l’altro, come presidente del consiglio per nove anni, non ha mai fatto nessun favore ai mafiosi e neanche attuato significative riforme della giustizia o alleggerimenti della situazione carceraria. Da questo punto di vista appare senza senso la prima lettera che Giuseppe Graviano avrebbe inviato a Beatrice Lorenzin, titolare della sanità del governo Letta nel 2013. Senza senso perché sarebbe stato più utile scrivere alla guardasigilli Cancelleri o al ministro dell’interno Alfano, e anche perché in quell’occasione Berlusconi aveva dato il proprio appoggio al governo a denti stretti per evitare la spaccatura di Forza Italia, cosa che comunque poi avverrà. Ma sentite un po’ che cosa hanno scoperto gli investigatori del Fatto. Graviano chiedeva l’abolizione dell’ergastolo e dalla direzione generale del ministero della salute, quello presieduto da Lorenzin, gli avevano risposto che stavano provvedendo: «Il ministero mi ha risposto che stava portando avanti tutto quello che avevo chiesto». La lettera è andata persa, pazienza. Ma quale è la cosa più importante? È che, nel periodo intercorso tra la spedizione della lettera e la data in cui dal ministero rispondono, che cosa succede? Che Silvio Berlusconi va a firmare i referendum dei radicali tra cui ce ne è uno per l’abolizione dell’ergastolo. Capito il nesso? Graviano comanda e Silvio obbedisce, andando nientemeno che a firmare un quesito referendario.

Ed ecco arrivare il piatto forte, il vero obiettivo di Avvertimenti quotidiani. La seconda lettera, quella alla ministra Cartabia di cui parlava l’Espresso del 6 marzo. Secondo il Fatto, sarebbe stata spedita una decina di giorni dopo il giuramento dell’esecutivo Draghi del 13 febbraio. Peccato, ci sarebbe piaciuto di più pensare che quei diavoli dell’Espresso avessero suggerito e Giuseppe Graviano avesse subito eseguito. Ma, ragionando con gli schemi dei professionisti (con o senza toga) dell’antimafia, questa piccola diacronia, un insignificante sbalzo nel tempo tra la fine di febbraio e i primi di marzo, non cambia niente nella sostanza delle cose. Ci sono i mandanti e c’è l’esecutore, questo è quello che conta.

Quello che conta è che, dopo la lettera, in aprile la Corte Costituzionale si sia messa sull’attenti, dichiarando l’incostituzionalità dell’ergastolo ostativo e concedendo al Parlamento un anno di tempo per adeguarsi alla decisione con una legge ad hoc. Comunque un passaggio importante della Trattativa, in cui la Consulta ha svolto un ruolo fondamentale, con l’aggravante del coinvolgimento dell’intero Parlamento. Protagonista è sempre la ministra Cartabia, che sta nuotando nel suo mare, tanto che, già nel 2019, aveva vergato quella decisione della Corte Costituzionale che dichiarava illegittimo il divieto di concedere benefici ai mafiosi ergastolani che non collaboravano con i pubblici ministeri. Graviano aveva subito avanzato la richiesta di un permesso-premio, che però era stata respinta. Ma “ha potuto avanzarla”. Altra dimostrazione della Trattativa in corso. Si può partire con le tre domande alla ministra. Le dieci arriveranno in seguito.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.