L’interrogazione alla guardasigilli Marta Cartabia sulla tortura infinita cui è sottoposto l’ex ministro democristiano Calogero Mannino l’ha presentata il deputato Gianfranco Rotondi. Ora aspettiamo tutti quelli del “sonogarantistaperò”. Di tutti i partiti, Movimento cinque stelle compreso, visto l’ultimo mezzo passo in avanti di Luigi Di Maio. Rotondi è sdegnato per l’attacco senza precedenti sparato dai procuratori generali del processo “Trattativa Stato-mafia” nei confronti di tutti i giudici che, nei vari gradi di giudizio, hanno assolto Mannino. Tutti incompetenti, dicono. L’ex ministro dc deve essere processato per l’eternità. Che cosa ha da dire la ministra Cartabia? E il Csm? Aggiungiamo noi.

Mannino ha terminato da poco di salire e scendere i gradini dei Palazzi di giustizia dopo ormai trent’anni da quando è cessata la sua attività politica ed è iniziata quella di vittima giudiziaria. È stato indagato, processato e assolto, fino alla Cassazione. Ma se i procuratori che stanno rappresentando l’accusa nel processo d’appello “Stato-mafia” non si sono ancora arresi, tanto da depositare una memoria per criticare tutti i giudici che lo hanno assolto, è perché senza il personaggio principale crolla tutto l’impianto. Secondo l’ipotesi originaria sarebbe stato proprio Calogero Mannino il primo interlocutore di Cosa Nostra, nei primi anni Novanta, quello che avrebbe avviato una trattativa finalizzata a fare cessare le stragi offrendo in cambio agevolazioni giudiziarie e carcerarie ai boss.

Ma succede che, dal dicembre 2020, con l’assoluzione in Cassazione, l’ex ministro democristiano abbia concluso il suo pellegrinaggio nei palazzi di giustizia. E capita anche – gli stessi procuratori lo ammettono – che nel nostro ordinamento esista un principio che detto in latino suona “ne bis in idem” e tradotto in termini pratici vuol dire che nessuno può essere processato due volte per lo stesso fatto. Ed ecco allora che si cerca di far rientrare dalla finestra colui che è uscito dalla porta. Non lo si può più processare? Ma si può lasciare su di lui un’ombra. Come? Mettendo in discussione la professionalità dei magistrati che lo hanno assolto, a partire da gip e gup fino ad arrivare a tribunale, corte d’appello e magari la stessa Cassazione. E chissà se il Csm rigenerato dal contagio di Luca Palamara avrà qualcosa da ridire su questo particolare modo di procedere.

Il professor Fiandaca in un commento sul Foglio ricorda che potrebbe esser stata applicata una delle tante leggi speciali che hanno inquinato, a partire dal 1992, il sistema accusatorio del nostro processo penale, cioè quella che consente, nei processi di mafia, di riversare nel dibattimento una sentenza divenuta irrevocabile su altre vicende, al fine di rafforzare il quadro probatorio. Sulla base del concetto che, essendo Cosa Nostra un’entità verticistica e unitaria, ogni fatto criminale potrebbe essere inserito nello stesso progetto. La sentenza di un processo potrebbe essere utile ad aiutarne un altro, insomma. Ma qui, lo dice lo stesso giurista, siamo in una situazione opposta, perché le sentenze dei processi che hanno visto come imputato (e assolto) Mannino dicono esattamente il contrario. Quelle sentenze dovrebbero addirittura poter essere usate per chiudere una volta per tutte, con la rinuncia da parte dell’accusa, questa assurdità processuale della “trattativa” che si trascina da almeno venticinque anni.

Questi giapponesi che continuano a combattere nella giungla una guerra che ormai è solamente loro, non hanno in mente solo uno schema penale, ma anche culturale. È la solita visione della storia d’Italia come pura storia criminale. Se parlate con Calogero Mannino, potrebbe raccontarvi di quando il direttore del Fatto quotidiano era andato a Palermo a “fare il guitto” con uno spettacolo teatrale ridicolo e offensivo, e in prima fila c’erano schierati tutti i Pm. Proprio quelli che, “a parte qualche sgrammaticatura”, dice Mannino, parevano aver tratto ispirazione dallo spettacolo per la loro requisitoria. Ci vuole un po’ di memoria. Bisogna tornare ai tempi in cui arrivò a Palermo Giancarlo Caselli e a quando il suo aggiunto (oggi procuratore generale) Roberto Scarpinato aveva avviato un’inchiesta sul solito teorema – tentativo di destabilizzazione del Paese da parte di mafiosi, massoni, fascisti e corpi deviati dello Stato – e che si chiamava “Sistemi criminali”. Tentativo andato a vuoto, così come il secondo in cui si cominciava però ad abbozzare l’imputazione di «violenza o minaccia a corpo politico dello Stato». Fuochino. Sarà la creatività di un personaggio come Massimo Ciancimino nel 2008 a determinare la resurrezione delle carte dal cassetto, con il supporto determinante di un altro campione, il re dei “pentiti” Giovanni Brusca. Così è nata la favola del processo-trattativa, con un teatrino che ha coinvolto una dozzina di persone, messo in scena dai procuratori Ingroia e Di Matteo. I nomi sono sempre gli stessi.

Mannino si è sottratto, ha scelto il rito abbreviato che lo ha portato, un gradino alla volta, all’assoluzione definitiva. Con venticinque anni di ritardo. Ma i suoi coimputati Mario Mori, Giuseppe De Donno, Antonio Subranni, Marcello Dell’Utri, e anche i due boss Leoluca Bagarella, Antonino Cinà e lo stesso Giovanni Brusca, già condannati in primo grado, rischiano ora di avviarsi all’assoluzione in appello. Come possono ancora sostenere i procuratori generali un impianto accusatorio ormai privato del pilastro principale? Ecco come nascono, quasi una mossa disperata, le 78 pagine di critiche a tutti i giudici che hanno “osato” assolvere il protagonista Numero Uno della trattativa tra gli uomini dello Stato e la mafia.

Proprio una mossa disperata, come quella che aveva tentato la strada dell’incostituzionalità di una riforma dei tempi del ministro Orlando, quella che pone precisi paletti alla possibilità del ricorso in cassazione contro l’imputato assolto in primo e secondo grado. Se a questa serie di passi falsi si aggiunge il fatto che la sentenza del processo Borsellino-quater ha escluso che l’accelerazione dei tempi della strage di via D’Amelio avesse a che fare con la “trattativa” e che in altre cause emerga sempre più in primo piano la vicenda dell’inchiesta mafia-appalti, quella archiviata ma che potrebbe sempre risorgere, prevediamo che il procuratore Scarpinato e i suoi sostituti siano destinati a rimanere con un pugno di mosche. Sempre che ci sia un giudice a Palermo. Noi pensiamo di si. E intanto aspettiamo risposte dal ministro e dal Consiglio superiore della magistratura.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.