È stata confermata ieri dalla Corte di Cassazione l’assoluzione dell’ex ministro Calogero Mannino nel processo stralcio sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia. L’uomo era accusato di violenza o minaccia a Corpo politico dello Stato. I supremi giudici della Sesta sezione penale hanno dichiarato inammissibile il ricorso proposto dai sostituti procuratori generali di Palermo, Giuseppe Fici e Sergio Barbiera, contro il proscioglimento di Mannino emesso dalla Corte di Appello di Palermo il 22 luglio 2019. Anche in primo grado l’ex politico democristiano era stato assolto.

Ci si trovava dunque in presenza di una “doppia conforme assolutoria”, ossia per ben due volte l’imputato era stato assolto nel merito. Questo punto è importante per capire l’ostinazione cieca dei pg di Palermo nel ricorrere in Cassazione. Infatti, come ha evidenziato la Procura generale della Cassazione nel dichiarare inammissibili i diciannove motivi di ricorso presentati dalla Procura generale di Palermo, la doppia conforme assolutoria, come stabilito dalla Commissione Canzio, «si basa su una ricostruzione probatoria del fatto già scrutinata nel merito, in modo concorde, da due giudici in successivi gradi di giudizio» e dunque «rafforza notevolmente la presunzione di non colpevolezza dell’imputato».

Ciò, insieme a precedenti sentenze di legittimità e convenzioni internazionali, avrebbe dovuto indurre i pg di Palermo a non opporsi alla sentenza di assoluzione; e invece, addirittura, come si legge sempre nella requisitoria del Pg della Cassazione, «il ricorso presenta un vizio di fondo: esso si traduce in una rilettura, nell’ottica dell’accusa, del significato (cioè dell’interpretazione) da attribuire agli elementi di prova acquisiti (ovvero che si sperava di acquisire), priva spesso di reale confronto con la motivazione addotta dal giudice dell’appello, che rimane sempre sullo sfondo».

Su questo punto interviene al Riformista anche l’avvocata Grazia Volo, che da trent’anni segue le vicende giudiziarie di Mannino. La legale innanzitutto ci dice che l’assoluzione «rappresenta la inevitabile conclusione di una sorta di ossessione giudiziaria a cui ci si dovrebbe sottrarre». E il riferimento è proprio alla “doppia conforme assolutoria”: «una modifica normativa (la riforma Orlando del 2017, ndr) – ci spiega l’avvocato Volo – ha stabilito che il ricorso per Cassazione da parte dell’ufficio del Pubblico Ministero, nel momento in cui interviene dopo una doppia sentenza conforme di assoluzione nel merito, può essere proposto solo per violazione di legge. E penso che questo sia un discorso equilibrato. Invece in questo caso la Procura generale di Palermo ha voluto sollevare questione di legittimità costituzionale per avere l’abrogazione della riforma stessa e ottenere la ricorribilità anche nel merito, presentando subito i motivi di ricorso. Tuttavia, non solo è stata respinta la questione di legittimità, ma i motivi sono stati ritenuti inammisibili perché presentati contra legem. Tutto ciò denota un atteggiamento molto pervicace di perseguire, a dispetto di tutto, il proprio convincimento».

Non si sbaglia dunque a pensare che Mannino sia stato vittima di una persecuzione da parte di certa magistratura requirente: da trent’anni infatti è sotto processo, prima per concorso esterno in associazione mafiosa, poi per aver trattato con i mafiosi. Tuttavia è stato raggiunto da quindici provvedimenti tra assoluzioni e archiviazioni. Su questo aspetto è intervenuto Gian Domenico Caiazza, presidente dell’Unione delle Camere Penali Italiane: «Mi chiedo se sia mai possibile che un uomo politico importante debba avere abbondonato la vita politica, per iniziative delle procure poi dimostratesi infondate, e impiegato 30 anni della propria vita a difendersi. Com’è possibile che di fronte a una abnormità del genere nessuno senta l’esigenza di dovere mettere mano al tema della responsabilità del magistrato? Si tratta – conclude Caiazza – dell’ennesima conferma della necessità di aprire una grande e profonda riflessione sulla individuazione di criteri di responsabilità del magistrato siano esse disciplinari, di carriera o infine risarcitorie».