Come se il passo falso nei confronti dell’ex ministro Mannino non fosse esistito. Come se, crollato il muro portante, non si fosse ormai sbriciolato il castello-teorema dell’accusa. Come se. Non desistono, i procuratori generali palermitani del processo “trattativa” tra lo Stato e la mafia, neppure dopo l’assoluzione definitiva di Calogero Mannino, quello che fu il punto di partenza e che in quest’aula non c’è. Non desistono e chiedono la conferma delle condanne di primo grado per violenza a corpo politico dello Stato: 12 anni di carcere al generale Mario Mori, 8 anni al colonnello Giuseppe De Donno, 12 al senatore Marcello Dell’Utri e all’ex capo dei Ros Antonio Subranni. Richiesta di conferma anche per Leoluca Bagarella e Antonino Cinà.

Quindi Giovanni Brusca – che sta seguendo il processo da uomo libero in luogo segreto e protetto- e Massimo Ciancimino per questi magistrati mai sfiorati dall’ombra del dubbio, sono i più credibili, le loro parole sono d’oro e vanno conservate nello scrigno delle prove provate. Ma occorre ricordare che, se non risponde al vero il fatto che, all’inizio degli anni novanta e dopo l’assassinio di Salvo Lima, sarebbe stato proprio Mannino, terrorizzato dal timore di essere il successivo obiettivo di Cosa Nostra, a cercare i boss per “trattare” la propria salvezza, che cosa rimane di tutta quanta l’impalcatura che ha portato al processo di Palermo? La sequenza dei fatti è molto precisa. Si parte dalla sentenza del maxiprocesso del 30 gennaio 1991, la prima in cui si processarono i singoli imputati ma anche l’intera cupola di Cosa Nostra. Una sentenza che fu anche criticata, ma che sicuramente fece perdere la testa ai boss ancora latitanti, che avviarono una stagione di stragi senza precedenti, da Lima a Falcone e poi a Borsellino. Questi sono i fatti, ma è la rilettura dei pentiti (e di chi dà loro credibilità), che hanno ricostruito quel periodo come caratterizzato dall’abbraccio tra i mafiosi e gli uomini dello Stato, a essere completamente strampalata. Tanto che i due tentativi delle prime indagini chiamate “Sistemi Criminali” finirono in nulla, con la stessa richiesta di archiviazione da parte del procuratore aggiunto Roberto Scarpinato.

Qualunque tentativo, da parte dello Stato, di far cessare le stragi, viene interpretato come complotto o addirittura come complicità con la mafia. A parte il fatto che, se qualcuno, anche con l’uso di collaboratori di giustizia o di confidenti di polizia, fosse riuscito a far terminare la mattanza di quegli anni o anche solo salvare la vita a qualcuno, avrebbe meritato una medaglia, non un processo. Ma tant’è. Se gli uomini del Ros Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno agganciano Vito Ciancimino nella speranza di arrivare al latitante Totò Riina, la loro è un’attività investigativa doverosa da parte di uomini dello Stato, o subdolo tradimento nei confronti della propria divisa? Ci vuole una bella mentalità da cultura del sospetto per ignorare la loro buona fede. E ritenere che gli alti ufficiali in realtà abbiano fatto i postini di Totò Riina, facendosi tramite delle sue richieste per riporre l’ascia di guerra. Ma i pubblici ministeri della prima fase dell’inchiesta, hanno soprattutto volutamente ignorato un piccolo particolare. Cioè –e questi sono fatti- che nello stesso tempo quegli stessi uomini dei carabinieri Riina l’hanno arrestato. E quando in seguito gli stessi accusatori non avevano trovato di meglio che imputare lo stesso Mori per la mancata perquisizione della casa di Riina e la cattura di Provenzano, le sentenze furono di assoluzione.

Ma tutto questo non è mai bastato a scalfire la cocciutaggine dell’impianto d’accusa. Vale di più la parola del più scombinato teste di mafia che sia mai apparso all’orizzonte, Massimo Ciancimino. Che non è credibile se calunnia De Gennaro (reato prescritto), ma emette dalla bocca monete d’oro se accusa i carabinieri. Siamo alla storia del famoso papello e del contro-papello del capo di Cosa Nostra. Il quale tra l’altro non avrebbe chiesto, come invece fecero le Brigate rosse durante il sequestro Cirillo e il rapimento Moro, qualcosa di grosso, come per esempio la scarcerazione di qualche compagno, di un complice. No, il boss dei boss si sarebbe limitato a sollecitare soltanto un alleggerimento delle condizioni di detenzione dei suoi amici. Cose da sindacalisti moderati, insomma. Ma il clima di follia in cui nel corso di venticinque anni circa, si è sviluppata questa inchiesta, ha portato persino a insultare un grande giurista e persona per bene come il ministro Conso, che si era limitato a togliere qualche 41-bis a condannati per reati non gravi, di cui pochissimi mafiosi. Solo chi ha vissuto in Parlamento quegli anni sa quanto la situazione fosse difficile e delicata. Non erano governi forti, gli ultimi della prima repubblica devastata dai massacri politici di tangentopoli e poi da quelli sanguinari della mafia. Ma non si può affidare alla parola dei “pentiti” la credibilità politica di un’intera classe dirigente. Se si è in buona fede, si è un po’ strani.

La verità è che in Sicilia come in Calabria e altrove, schiere di pubblici ministeri continuano a restare aggrappati ai collaboratori di giustizia, quasi fossero l’ultimo baluardo per uscire vittoriosi dai processi. Il “caso Mannino” però ha rotto il giocattolo, perché è ormai un punto fermo. Assolto in ogni grado di giudizio. Non ha preso l’iniziativa di avviare nessuna trattativa. Il procuratore Scarpinato e i suoi sostituti Sergio Barbiera e Giuseppe Fici sanno benissimo di avere le armi spuntate, perché in realtà non hanno nessuna prova in mano. Marcello Dell’Utri avrebbe fatto da raccordo tra lo Stato, la mafia e addirittura la ‘ndrangheta, come è stato ripetuto ieri in aula a Palermo? E dove sono le prove? Gli uomini del Ros erano complici di Totò Riina? Peccato che siano stati proprio loro ad arrestarlo. E se, oltre a lui, hanno condotto in carcere anche i fratelli Graviano, allora sono colpevoli di aver favorito la latitanza di Provenzano. La prova? Nessuna.

Ma i procuratori generali nell’aula bunker di Palermo preferiscono continuare a parlare di “menti raffinatissime” che elaborarono la Trattativa, perché “le verità anche scomode, devono essere raccontate”. Quella di un Dell’Utri “tessitore” di relazioni e di Berlusconi, che in questo processo è un po’ vittima del complotto contro lo Stato, nell’epoca in cui era presidente del consiglio nel 1994, e un po’ “mafioso”. Non è imputato, ma vittima degli spifferi, del calunniate calunniate, qualcosa resterà. Che vale anche per lui, non solo per i magistrati. “Verità inconfessabili, una verità che è dentro lo Stato, della trattativa Stato-mafia, che tuttavia non scrimina mandanti ed esecutori istituzionali”, ha detto il pg Sergio Barbiera, citando poi a sproposito le parole del Presidente Mattarella. Mentre il suo collega Giuseppe Fici mette le mani avanti: non siamo ossessionati da Mannino.

Già, ma le 78 pagine di una sorta di memoria per criticare la sua assoluzione, allegate al processo che cosa sono? Complimenti all’ex esponente dc per aver trovato giudici diversi da quelli che nel processo di primo grado hanno condannato i suoi coimputati e che oggi la procura generale vorrebbe per forza colpevoli, contro ogni evidenza?

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.