Se esiste ancora un brandello di questa giustizia a brandelli, fra qualche ora o fra pochi giorni Marcello Dell’Utri dovrebbe uscire assolto in appello dall’ accusa di aver complottato contro lo Stato. Insieme a lui anche gli ex capi del Ros, Mario Mori, Giuseppe De Donno, Antonio Subranni. E il mafioso Leoluca Bagarella, anche in rappresentanza dei defunti Totò Riina e Bernardo Provenzano. Tutti condannati in primo grado senza prove né movente nel processo Trattativa, per una trattativa che non c’è stata.

Mai si vide un processo più strampalato, mai si sono visti accomunati nella stessa aula e con la stessa accusa imputati così diversi, così opposti tra loro e le loro vite. Mai è stato contestato un reato come la minaccia a corpo politico dello Stato, cioè un’ azione violenta per impedire la libera attività del governo e del parlamento, senza che nessuno se ne sia mai accorto. Andrà in scena nei prossimi giorni la sentenza d’appello del famoso Processo Trattativa, quello che ha messo insieme un gruppo di mafiosi, alcuni alti dirigenti del Ros e alcuni personaggi politici, accusati e già condannati in primo grado per aver congiurato contro lo Stato. Il movente? Aiutare la mafia. In che modo? Non si sa, perché il capo della congiura, Calogero Mannino, nel processo non c’è, assolto in procedimento parallelo, con una sentenza dei giudici indignati anche per l’accanimento dei pubblici ministeri. Come è finita nel 2018 nel processo di primo grado? Dei mafiosi è rimasto solo Leoluca Bagarella, Riina e Provenzano sono morti, il “pentito” Brusca assolto e Massimo Ciancimino ha visto prescritto il suo reato. Sono usciti così dal processo i due grandi accusatori. Dei politici è rimasto solo Dell’Utri, entrato in politica nella seconda repubblica e che nulla aveva a che vedere con la genesi di questa inchiesta. Alla sbarra saranno anche il comandante del Ros dei carabinieri Angelo Subranni, il suo vice Mario Mori e il colonnello Giuseppe De Donno.

I tre non hanno mai negato di essere entrati in contatto con don Vito Ciancimino con lo scopo di usarlo come cavallo di Troia all’interno della mafia per arrivare alla cattura di Totò Riina. Non va dimenticato il fatto che all’epoca del maxiprocesso voluto da Falcone tutti i boss dei corleonesi erano latitanti e che la politica dell’infiltrazione era parsa in quel momento l’unica via da percorrere, non solo ai carabinieri ma anche ai magistrati, compreso Giancarlo Caselli quando era arrivato alla procura di Palermo, non essendo ancora iniziata la stagione del “pentitismo” diffuso su larga scala. Ma le buone intenzioni vengono interpretate come apertura di credito nei confronti della mafia. I tre dirigenti del Ros avrebbero svolto il ruolo di staffette tra Cosa Nostra e lo Stato. Così dicono il “pentito” Giovanni Brusca e il teste farlocco Massimo Ciancimino (condannato per calunnia prima della prescrizione), i due accusatori usciti dal processo. Ma anche quelli che sono rimasti, i cospiratori, hanno visto le proprie fila decimate. Sparito Calogero Mannino, assolto nel processo parallelo con il rito abbreviato che ha fatto a pezzi tutta quanta la costruzione dell’ipotesi d’accusa, definita fantasiosa a arbitraria. Insieme all’esponente democristiano sono finite in fumo le fondamenta dell’inchiesta, perché proprio Mannino sarebbe stato il promotore della congiura, quella di aprire un dialogo amichevole con i capi dei corleonesi in cambio di una serie di favori alla mafia secondo le precise richieste fatte avere da Totò Riina con il famoso “papello”. Che però non è mai esistito, e questo è appurato.

La presunta prova era un falso, hanno stabilito i giudici. E Mannino non è mai stato promotore di alcuna trattativa con la mafia per salvarsi la pelle. E la vicenda di quei 300 detenuti in regime di 41 bis (di cui solo una quarantina definibili come mafiosi, ma di basso rango) che il ministro Conso, dopo i pareri degli uffici dei giudici di sorveglianza, aveva singolarmente derubricato con l’invio a un regime di detenzione ordinaria, era stata motivata come conseguenza di una decisione della Corte Costituzionale. La quale, secondo un orientamento che verrà mantenuto anche negli anni successivi fino alle sentenze più recenti, aveva imposto trattamenti detentivi individualizzati e non legati solo alla gravità del reato. Sgombrato quindi il campo dalla presenza del capo dei congiurati, e poi anche del vice capo Nicola Mancino, che era stato rinviato a giudizio per falsa testimonianza e che è stato assolto, la pubblica accusa avrebbe potuto arrendersi. Invece no. La prima mossa è stato il tentativo, veramente maldestro, di mettere in discussione, con ricorsi alla corte costituzionale, alla cassazione e sa dio davanti a quale organo ancora (perché non al Tar?), la legge del 2017 che impedisce l’accanimento nei confronti di imputati assolti in due gradi di giudizio. E poi con il deposito presso il processo d’appello delle famose 78 pagine firmate dai sostituti procuratori generali Giuseppe Fici e Sergio Barbiera, che cercano di demolire le motivazioni di tutti i giudici, a partire dal gip e dal gup fino a quelli dei tribunali, che hanno assolto Calogero Mannino.

Ora, va bene che in Italia, unico paese del mondo occidentale, non si riesca ad attuare la separazione delle carriere. Ma non si è mai visto che l’organo dell’accusa impugni il pennarello blu e sottolinei tutti i presunti errori di valutazione di una serie di giudici. E nel mondo delle toghe come in quello della politica nessuno dice niente, se si esclude un’interrogazione parlamentare di Gianfranco Rotondi. Se il malloppo peserà sulle spalle dei giudici dell’appello che tra poco prenderanno la loro decisione, è difficile da valutare. Ma il presidente Angelo Pellino non ha notato l’anomalia che ha il sapore di prevaricazione finalizzata a influenzare la sentenza? Certo, nelle corti d’assise l’incognita sono i giudici popolari, che subiscono il martellamento mediatico di un solo colore, e non è mai quello del dubbio, quello di sentire anche le ragioni della difesa, oltre a quelle dell’accusa, sempre più altisonanti, sempre più gridate. L’incognita c’è ed è in agguato. Le prime sentenze sulla strage di via d’Amelio con le condanne degli innocenti e la gestione del falso pentito Scarantino sono lì a dimostrarlo. Giudici togati, quindi tecnici del diritto, e giudici popolari si abbeverarono fiduciosamente alle parole del pentito farlocco persino quando lui stesso denunciò di aver accusato persone che con l’omicidio Borsellino non avevano nulla a che fare. Non fu creduto. Furono creduti coloro che il finto pentito lo avevano costruito con le torture nel carcere speciale.

Alla vigilia della camera di consiglio e della sentenza sul processo “trattativa” non resta quindi che sperare sul fatto che sia il presidente che il giudice laterale con le loro competenze tecniche da un lato e i giudici popolari con la propria integrità di persone per bene dall’altro, abbiano fatto quel che in genere la stampa non fa, e cioè che abbiano saputo ascoltare. E non abbiano staccato l’ orecchio, come sempre fanno i giornalisti militanti in procura, dopo la requisitoria del pm. Ma è ben strano, questo processo. Perché la sceneggiatura è in continua evoluzione. Il testo cominciava con i politici terrorizzati dalla mafia, dopo la sentenza del maxiprocesso e l’assassinio di Salvo Lima nel 1992, che decidevano di accordarsi con la mafia perché non uccidesse più. Però il capo di quella congiura, quello che temeva più di tutti, Calogero Mannino, è stato assolto. Non ha trattato con la mafia. Quindi lo scambio di favori con i corleonesi non ci fu. E Allora? Allora l’hanno risolta in un altro modo, nell’evoluzione del copione. Quindi, se non ci fu trattativa politica nel 1992 e 1993, cioè durante gli ultimi governi della prima repubblica, allora forse un pochettino c’è stata nel 1994, quando presidente del consiglio era Silvio Berlusconi. E qui entriamo nella farsa, perché quell’esecutivo di centrodestra i 41 bis li ha addirittura inaspriti e resi definitivi. Ma poteva mancare Marcello Dell’Utri? No, infatti non manca. Sarebbe stato lui, a fare da messaggero tra i corleonesi e il governo. Per far ottenere alla mafia quale vantaggio? Nessuno.

Dell’Utri avrebbe minacciato, quale corpo dello Stato, il governo del suo amico Silvio? E quale “regalo” Totò Riina avrebbe fatto a un esecutivo durato solo otto mesi? E i suoi amici che cosa avrebbero portato a casa? Un 41 bis eterno. Bella Trattativa! Ma Dell’Utri è rimasto nel processo, dopo la condanna in primo grado. È scandaloso, è sotto gli occhi di tutti che questa buffonata, si buffonata, di una Trattativa tra il mondo politico impaurito nel 1992 dopo l’omicidio Lima e la mafia, si risolva con il tenere prigioniero uno che all’epoca neppure faceva parte del mondo politico. Eppure come dimenticare l’epico titolo del solito Fatto dopo la sentenza di primo grado, “La trattativa c’è stata e B è il suo profeta”? Sono preoccupati, i travaglini, e oggi scrivono “Stato-mafia, il bis delle condanne è in salita”. Preoccupazione o avvertimento? Certo questa volta il procuratore generale Roberto Scarpinato rischia la reputazione in modo serio. Già deve raccontare al mondo che il grande complotto contro lo Stato è stato organizzato da Bagarella, tre alti carabinieri e l’ex capo di Publitalia. Senza offesa per Marcello Dell’Utri e gli ex vertici del Ros, come colpo di Stato pare un po’ miserello. E Scarpinato, che ha mandato avanti le 74 pagine dei suoi sostituti con grave sgarbo istituzionale nei confronti dei giudici che hanno assolto Mannino, rischia di fare il terzo flop. E si, perché la procura di Palermo ci aveva già provato nel 1998 con l’inchiesta “Sistemi criminali”, poi archiviata.

Poi di nuovo nel 2000 con la storia del “papello” falso con le richieste di Totò Riina, archiviata. Bisognerà aspettare il 2008 con il teste farlocco Massimo Ciancimino per riuscire a incardinare il processo Trattativa. Che ormai non è più trattativa, ma minaccia contro i corpi dello Stato. In sintesi, i tre vertici del Ros che avrebbero trattato con i boss mafiosi per conto del mondo politico guidato da Mannino per far cessare le stragi in cambio di provvedimenti che alleggerissero le condizioni dei detenuti mafiosi, non hanno più un capo. Il capo dei congiurati è stato assolto. E Dell’Utri, non si sa bene perché, avrebbe complottato contro l’amico Silvio. È veramente il processo del secolo.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.