Riflettendo sui contenuti del convegno «Pensiamo insieme la città», parliamo con Giovanni Abimelech, segretario generale della Cisl Milano Metropoli del confronto che la Cisl milanese ha aperto con associazioni, categorie economiche e università sul futuro della metropoli. «La città più attrattiva d’Europa sta diventando inabitabile proprio per chi la tiene in piedi».

Milano è stata a lungo il posto dove si veniva a lavorare e a costruirsi una vita. Quel patto regge ancora?
«Regge sempre meno, e lo dico da persona arrivata qui proprio perché a Milano il lavoro c’era. C’era anche dell’altro: la possibilità di mettere radici, comprare casa, fare sacrifici e vederne il risultato. Oggi abbiamo dipendenti di grandi aziende che, senza l’aiuto delle famiglie, non riescono a costruire nulla. E badi bene: il salario non è il problema principale, a Milano si guadagna in media il venti per cento in più che altrove. Il guaio è che quel reddito se lo prende la casa».

Quantifichiamo questa sproporzione.
«Per la casa una famiglia dovrebbe spendere il trenta, trentacinque per cento dello stipendio. Quando si arriva al sessanta, sessantacinque, vuol dire che qualcosa nella società si è rotto. Affitti e prezzi, a Milano e nell’hinterland, non consentono più a chi fa funzionare la città – infermieri, autisti, insegnanti, dipendenti comunali – di vivere dove lavora. L’Atm ha appena aperto una selezione e ha raccolto duemila domande: una bella risposta dei giovani. Ma quanti resteranno? Una città non può viaggiare a due velocità, una per chi se la può permettere e una per chi finisce per essere costretto ad andarsene».

Si invoca l’emergenza abitativa, ma i censimenti parlano di migliaia di alloggi che restano vuoti…
«È il paradosso che non possiamo più permetterci. Diciassettemila persone chiedono una casa pubblica e settemilacinquecento appartamenti sono sfitti: cinquemila di Aler, duemilacinquecento del Comune. Per tenerli vuoti spendiamo trenta milioni l’anno di soldi pubblici, venti la Regione e dieci il Comune. L’assessore Bottero ha investito gli ultimi cinquanta milioni e fatica perfino a trovare imprese disposte a ristrutturarli. Si può e si deve fare di più».

La Cisl porta in questo confronto una tradizione moderata, poco ideologica. È un metodo che serve a Milano?
«Noi vogliamo essere un sindacato e nient’altro, ma un sindacato che costruisce. Ho scritto a Cgil e Uil per chiamare al tavolo Comune, Città metropolitana, Camera di commercio, Assolombarda e le associazioni d’impresa: serve un Patto per Milano fondato sull’equità, sulla qualità del lavoro, sul diritto alla casa, sul welfare, sulla tenuta dei servizi pubblici. Ai tavoli istituzionali ci siamo, ci convocano, il confronto esiste. Troppo spesso, però, non produce risultati. La spinta del dopo Expo si è fermata. Milano in questi anni è diventata anche turistica, cosa che non era mai stata davvero: il Salone, le Olimpiadi alle porte, una vivacità che attrae benestanti e investimenti. Tutto positivo, per carità. Ma se cede la rete di chi quei servizi li garantisce, la produttività cala, i capitali se ne vanno – trovano terreno fertile altrove – e a noi restano le macerie sociali».

Non è facile immaginare modelli da cui ripartire, Ce ne sono?
«La Fondazione Welfare Ambrosiana, nata da una proposta della Cisl, mette già insieme Comune, Città metropolitana e Camera di commercio, ma lavora con pochi milioni. La nostra provocazione è semplice: se ogni datore di lavoro versasse un euro al mese per dipendente, meno di un caffè, arriveremmo a diciotto milioni l’anno. Una commissione partecipata deciderebbe come spenderli: ristrutturare gli alloggi vuoti, microcredito per i lavoratori in difficoltà, la copertura per la non autosufficienza a chi non ce l’ha nei contratti aziendali. Milano invecchia, una famiglia su due è ormai composta da una sola persona. Questo è il modello ambrosiano: si fa, non si aspetta».

La vena solidaristica e cattolica che la Cisl rappresenta si sente ancora valorizzata in città?
«È rappresentata, ma potrebbe pesare molto di più. Le parole dell’arcivescovo Delpini restano un riferimento, e ci spronano a fare di più. Penso alle migliaia di badanti che reggono in piedi gli anziani della città con contratti che andrebbero accompagnati da una tutela vera, quella non autosufficienza che nelle grandi aziende riusciamo a contrattare e che fuori invece manca. Il punto vero, però, è un altro: qui i miliardi girano ai piani alti e a terra non scende quasi nulla. Eppure, per reggere anche quei piani, sotto deve funzionare tutto. Ci vuole più responsabilità sociale. Una Milano competitiva sul serio è una Milano che non lascia indietro nessuno».