Se il Di Maio avesse detto: «Hanno ucciso il nostro ambasciatore in Congo e io ho ordinato un’inchiesta per sapere come sia stato possibile che viaggiasse in una zona a rischio senza scorta né auto blindata», avremmo detto: bravo ministro, è quel che devi fare. Invece Di Maio ha detto: ci dispiace molto, ma state tranquilli, troveremo chi gli ha sparato. È stata quella frase che ha fatto capire che c’era del marcio. L’assassinio di Luca Attanasio e di Vittorio Iacovacci, il carabiniere che ha perso la vita con lui, è un crimine orrendo, ma lo scandalo che copre le responsabilità di questo delitto è un ulteriore delitto perché i due uomini – c’era anche il console Russo che se l’è cavata con un terribile spavento – erano in missione per conto dello Stato italiano accompagnando un convoglio delle Nazioni Unite in una zona remota e insanguinata del Congo dove Luca Attanasio – un brillantissimo diplomatico di quarantatré anni – rappresentava l’Italia. Ma era costretto a rappresentarla a mani e petto nudi, senza scorta e senza una macchina blindata.

La Farnesina, il nostro ministero degli Esteri, si è subito trincerata dietro una posizione da Ponzio Pilato: Attanasio, povero ragazzo che persona splendida e quanto ci dispiace, viaggiava con le Nazioni Unite, dunque era l’Onu che doveva provvedere alla sua incolumità, ci dispiace che non l’abbia fatto, ma non è colpa nostra. Questa versione lagnosa, falsa e codarda è stata registrata passivamente dalla maggior parte dei giornali e telegiornali con rare eccezioni e anche un certo tono di commiserazione nei nostri confronti che abbiamo subito gridato allo scandalo chiedendo la verità e le dimissioni del ministro: ma che dite? Ma non sapete come vanno queste cose? È l’ente che organizza una missione che deve garantire la sicurezza, non quello cui appartiene la vittima, cioè il ministero degli Esteri. È un’obiezione ipocrita. Del resto, basta un piccolo esercizio di fantasia: ve lo immaginate un ambasciatore americano, o francese o del Regno Unito abbandonato dai suoi servizi segreti, dalla sua ambasciata e dal suo governo per andare a fare una bella gita nel posto più pericoloso dell’Africa, dove da decenni si uccidono centinaia di soldati (duecento Ranger in cinque anni), dove cento diverse bande armate si contendono il traffico di uomini, donne, animali e minerali pregiati e in cui operano fazioni armate del Vicino Rwanda come strascico della orribile guerra razziale fra Hutu e Tutsi?

L’Onu ha – in Congo come altrove – responsabilità gravissime e l’onore di questa (fintamente) sacra istituzione è continuamente macchiato da accuse di massacri, incompetenza, stupri, sopraffazioni. Il solo fatto di essere nelle mani delle Nazioni Unite costituisce un pericolo, come del resto le morti di Attanasio e Iacovacci dimostrano. E questo è il motivo per cui siamo trasaliti quando abbiamo visto che alla retorica del “servitore dello Stato ucciso mentre serviva il suo Paese” si aggiungeva quella dell’Onu, responsabile di troppi disastri fra tante attività umanitarie come quella cui partecipava. La manovra era evidente: scaricare queste due morti su un ente senza nome e referente, insinuando che Luca Attanasio agisse di testa sua, senza dar conto a nessuno. Questo è falso: il giovanissimo ambasciatore nel Congo-Kinshasa, ex Zaire, ex colonia belga in cui i belgi hanno praticato le più violente sopraffazioni e angherie pur di rapinare le risorse minerarie di quelle terre intrise di sangue e di odio, ha tempestato la Farnesina di richieste di scorta, protezione blindata e nel caso specifico di questo viaggio è stato a lungo incerto se partecipare o no proprio a causa della situazione di estremo pericolo e senza difesa per lui e chi lo accompagnava.

Come conseguenza dei suoi dubbi, l’ambasciata italiana a Kinshasa aveva informato il ministero degli Esteri della Repubblica Democratica del Congo, con una lettera protocollare pubblicata dall’agenzia AfricaNews Media Rdc in cui si legge che la missione, dapprima accettata il 15 febbraio con una nota diretta alla Direzione nazionale del Protocollo di Stato e firmata dal suo direttore Banza Ngoy Katumve, era stata poi annullata. Perché? Perché mancavano le condizioni minime di sicurezza per l’ambasciatore, il console Alfredo Russo (rimasto illeso anche se sotto shock) e il carabiniere Iacovacci. Tutto su carta intestata, tutto con protocolli formali che certamente la Farnesina riceveva in copia, essendo continuamente aggiornata su ogni vicenda delle sue ambasciate.

Poi è successo qualcosa che ha fatto valutare di nuovo il viaggio come possibile, sicché Attanasio, Russo e Iacovacci hanno preso un volo da Kinshasa a Goma, dove li aspettava il personale dell’Onu che li ha accompagnati al convoglio diretto verso la pericolosissima zona detta delle Tre Antenne. Chi o che cosa abbia prodotto questo ritorno al piano originale, non lo sappiamo e lo vorremmo sapere. Ma è sotto gli occhi di tutti – anche della Farnesina che finge di non saperne niente – che la causa delle decisioni e dei ripensamenti è una sola: la mancanza di sicurezza in un viaggio ad altissimo rischio che infatti si è concluso con un massacro. Attanasio, arrivato alla sede di Kinshasa nel 2017 chiese nel 2018 una protezione più affidabile: che i carabinieri passassero da due a quattro (cioè da uno a due, per i turni di riposo) e che fosse provvisto di un mezzo blindato. Era a quell’epoca ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi che lasciò il suo posto a Luigi Di Maio il 5 settembre 2019.

La Farnesina seguendo le pignole procedure burocratiche mandò qualcuno a fare un’ispezione e la conclusione fu che Attanasio aveva esagerato. Non c’era bisogno di più carabinieri. Quanto al mezzo blindato, se ne sarebbe potuto parlare, ma c’era da aspettare e infatti Attanasio ancora aspettava quando è morto. Quindi alla Farnesina sapevano tutto. Sapevano che da tre anni Attanasio si sentiva a rischio, che non aveva ancora avuto il blindato e anche di aver riluttato prima di partire per la missione perché non si sentiva protetto. La Farnesina, e il suo ministro Di Maio, si rifugiano poi su una seconda linea ipocrita: poiché la missione in cui sono morti Attanasio e Iacovacci si svolgeva a 2,500 chilometri di distanza, come avrebbe potuto una macchina blindata dell’ambasciata accompagnarlo in un tale viaggio?

Risposta: e che ne sappiamo noi? È per questo che esistono i ministeri degli Esteri, i servizi segreti, persino le compagnie di leasing di auto anche blindate e persino la possibilità di vietare la missione. Bastava che la Farnesina annullasse – visto che disponeva di tutti gli elementi anche burocratici e formali – il viaggio suicida di Attanasio e Iacovacci, anche considerando il dettagliato e scioccante rapporto dei nostri servizi segreti, perfettamente noto non solo ad Attanasio ma anche al ministero, al ministro e persino alla Commissione parlamentare di controllo sui servizi. Il ministero e il ministro disponevano di tutti gli elementi e di tutti gli strumenti per impedire una tragedia, ma non hanno fatto niente.

Trincerandosi dietro il paravento della responsabilità dell’Onu, che era il vettore della gita, quello che forniva mezzi di trasporto ma non di sicurezza, personale civile ma non militare. Dunque, l’Onu ha le sue colpe e ci farebbe un gran piacere se anche in quell’agenzia qualcuno pagasse per la doppia morte annunciata. Ma le responsabilità dell’Onu non mitigano in alcun modo quelle del datore di lavoro e di funzioni dell’ambasciatore Attanasio e quel datore di lavoro e di funzione è il ministero degli Esteri, prima sotto la responsabilità di Moavero e poi di Luigi Di Maio. Per ora siamo in attesa che il pachiderma bianco della Farnesina si risvegli della sua marmoreità e dica finalmente qualcosa. Ci dica per esempio se è vero o no che la richiesta di avere una scorta più adeguata da parte di Attanasio, presa in considerazione dalle autorità competenti (quali?) fu bocciata: questo giovane ambasciatore è troppo impressionabile, non abbiamo carabinieri da sprecare per lui. E anche: questo giovane ambasciatore chi crede di essere con la sua pretesa di avere una scorta quando si muove (e lo fa spesso) in zone di guerra, un sottosegretario?

E veniamo a Di Maio. Proviamo a concedergli delle attenuanti generiche: è un politico politicante, non è famoso per la sua assidua presenza e ho parlato con diverse feluche d’esperienza che sorridono mestamente quando lo sentono nominare. Concediamogli quindi l’attenuante (in realtà un’aggravante) di non aver saputo un accidente finché la tragedia è avvenuta. E che quando è avvenuta lo abbiano sommerso di briefing: lei deve dire questo, lei non deve dire quello, punti sul sacrificio eroico del servitore dello Stato, è importante che i telegiornali ci vengano dietro, lì ci penso io conosco tutti, la gente deve vedere uno sfoggio barocco di simboli, parate funerarie, orazioni, squilli di tromba e mi raccomando di ripetere ogni dieci secondi “servitore dello Stato”. Poi dica, signor ministro, che naturalmente noi siamo impegnati nell’inchiesta per scoprire chi l’ha ucciso.

Dica che è colpa dell’Onu, in fondo ci dovevano pensare loro. Chiarisca bene che l’Ambasciata e anche il ministero non potevano fare niente in quel postaccio così lontano, lasci capire che il povero Attanasio era talmente vitale e generoso che, sì, insomma faccia intendere che da parte sua c’è stata imprudenza, che da parte dell’Onu c’è stata incoscienza, ma che noi, come ministero e lei come ministro non possiamo essere chiamati in causa perché non sapevamo, non vedevamo, e comunque c’erano di mezzo troppi chilometri.

Ah: e l’ambasciata non è una balia. Ha capito bene? Vuole ripetere? No, non ce n’era bisogno. Di Maio ha capito al volo e anche giornali e telegiornali: il servitore dello Stato, pardon, il carabiniere Iacovacci. e però non dimentichiamo anche quel povero disgraziato di Moustapha Milambo, l’autista locale, e andiamo via così. Ecco, così, eccellenza, cercheranno di far emergere le sue pretese responsabilità ma ricordi sempre la nostra linea diplomatica e non la abbandoni mai, come si fa quando si è scoperti in adulterio: negare, negare, negare sempre, negare specialmente l’evidenza.

 

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.