Venezia, cronaca del giorno 1. Ma sembra ne siano passati già dieci, vista la mole di un programma benedetto: invidiato, di successo (i biglietti sono quasi tutti sold out, da qui alla finale dell’11 settembre), ricco e bello. Farà breccia nel cuore di molti. E parte bene.

Madres Paralelas di Pedro Almodovar, ieri in Sala Grande ha ufficialmente inaugurato la 78esima edizione della Mostra del Cinema. Presentato alla platea elegantissima, dalla vitale madrina Serena Rossi. Il regista spagnolo, due volte Premio Oscar e mai Palma d’Oro, per una volta dà le spalle al Festival di Cannes e torna in gara per il Leone. Sono passati oltre trent’anni da Donne sull’orlo di una crisi di nervi. Il premio alla carriera nel 2019 e la presentazione dell’ottimo cortometraggio Human Voice, lo scorso anno, gli avranno fatto tornare la voglia di riprovarci a Venezia. La migliore ispirazione, dopo alcuni titoli non fra i suoi maggiori (Gli amanti passeggeri, Julieta) già gli era tornata con Dolor y gloria. Qui, la ribadisce. Nomen omen, è un film sulla maternità. Pedro, molte volte l’ha raccontata. Ma in questo caso sono «mamme imperfette, diverse dalle precedenti», spiega Almodovar.

Donne lontane da quelle «onnipotenti che mi hanno tirato su da piccolo. Come mia madre o le mie vicine di casa». Al centro, il personaggio di Penelope Cruz. Potere del cinema. Avere di recente avuto una bimba, anche se solo sul set — Cruz è mamma di Leonardo e Luna, 10 e 8 anni, dal marito divo Javier Bardem — le ha fatto molto bene. La sua Janis (come la Joplin, si dice nel film) è di invidiabile credibilità. Logica conseguenza di un indubbio talento e di una sceneggiatura appassionata e integra. «Pedro ha scritto un’altra meraviglia — dice l’attrice — Forse è il mio ruolo più difficile». La maternità, preclusa per natura al sesso maschile, è raccontata da Almodovar come se la conoscesse in prima persona. Allo stesso modo in cui Ingmar Bergman o Dostoevskij descrivevano la morte prima che avessero avuto modo di incontrarla. Sensibilità, propria dei più grandi. Incentrato sul complesso post gravidanza di due donne complici (l’altra è Milena Smit, molto brava), Madres paralelas inizia e finisce con una insospettabile, forte componente politica. Non che al maestro spagnolo sia mai mancata, ma in questo melò moderno è più esplicita. «Sono molto sensibile riguardo l’argomento dei desaparecidos. Nel mio Paese, la memoria storica è una questione ancora in sospeso. Volevo darle visibilità».

Il cinema può smuovere, anche quando sembra preferisca parlare di tutt’altro. Nel 1991, in piena e tristissima epoca mafiosa, esce nelle sale italiane Johnny Stecchino. Da lì fu chiaro che Roberto Benigni, il numero uno fra i nostri comici, non avrebbe più fatto nulla soltanto per ridere. La sua fortunatissima commedia degli equivoci, con gli infiniti rimpalli gente comune-gangster-Stato-mafia, dopo trent’anni è un tassello di Leone d’Oro alla carriera, che Benigni ha ritirato ieri. Oggi si preannuncia incontenibile, nella Masterclass aperta al pubblico accreditato. Il critico Gianni Canova è chiamato a moderare l’immoderabile. Il divismo europeo già approdato all’imbarcadero (oltre alla spagnola Cruz, la francese Isabelle Huppert per Les promesses di Thomas Kruithof, che apre la sezione Orizzonti) è destinato da subito a concedere spazio alle superstar di lingua inglese. (L’Avenger) Benedict Cumberbatch e (l’ex Mary Jane di Spiderman) Kirsten Dunst sono i protagonisti di The Power of The Dog di Jane Campion. Oscar Isaac made in Star Wars, si siede per Paul Schrader al tavolo da gioco di Il collezionista di carte.

Sono questi due attesi titoli, chiamati a rimpolpare il concorso veneziano in giornata 2. Insieme a loro, scende in pista anche il primo dei cinque italiani: È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino. Santissima trinità. Il regista, l’attore Toni Servillo, il campione evocato nel titolo. Maradona è chiamato a benedire il debutto di Sorrentino, per la prima volta a caccia del Leone. In altri tempi, sarebbe stato lecito attendersi già per oggi le eroiche soste dei fan, ai bordi del tappeto rosso ad attendere — già dalla notte prima — il ricchissimo cast di Dune di Denis Villeneuve (da Chalamet a Zendaya, ai già citati Bardem e Isaac), in programma domani.

Il terribile muro anti folla che impedisce la visuale, per il secondo anno di fila limiterà gli assembramenti. L’inestetico tramezzo bianco non complica però la vita al festival. Che scorre, più o meno, come prima. Niente code, grazie ai posti prenotati in anticipo. Famiglie agli ultimi bagni al mare, prima che la scuola ricominci. Giovanissimi cinefili un po’ nerd, che impazziscono a volere vedere tutto (ragazzi, più di sei spettacoli al giorno proprio non si può!!!), giovanissimi volontari indaffarati dal mattino alla sera per agevolare la permanenza (ragazzi, grazie!). In ultimo — perché in questo magnifico e strano universo, la sala ha sempre la precedenza — il cibo. Costoso e pessimo, salvo eccezioni. Fortuna, ci sono i gelati. Da qui a giornata 11.