Per “sogno americano” si intende quel patrimonio valoriale – un immaginario, più che un concetto – che vede nella realizzazione delle proprie aspirazioni l’ideale verso cui tendere. La Dichiarazione d’indipendenza del 1776 tutela “il diritto alla vita, alla libertà, e al perseguimento della felicità”: la cultura a stelle e strisce si fonda sulla possibilità di inseguire i propri desideri. Questo è il grande successo della cultura americana nel più ampio orizzonte occidentale: incarnare un campo di possibilità. Eppure, a ben guardare, il sogno americano contempla già in origine il suo contrario. Lo dimostrano i grandi scrittori che hanno cercato di raccontarlo: negli anni Venti, Fitzgerald scriveva Il grande Gatsby per riflettere sulla delusione individuale; negli anni Sessanta Joyce Carol Oates affrescava un momento di ristagno economico e sociale con la quadrilogia dell’Epopea americana. C’è un autore che, più degli altri, ha fatto una scelta di campo radicale, situandosi fra le ombre e raccontando i lati oscuri della cultura americana. Il suo nome è James Purdy, fra i più colti scrittori della New York degli anni Sessanta, amico di Dorothy Parker e Paul Bowles, penna umbratile e programmaticamente intinta nel perturbante. Pubblicato negli anni Settanta da Einaudi, la riscoperta di Purdy in Italia è cosa recente, e la si deve principalmente al lavoro di Racconti Edizioni che sta ripubblicando le opere principali del brooklynese.

La poetica di Purdy si gioca sul grottesco, un campionario di figure bizzarre e meschine e ambienti pervasi dallo squallore anima le pagine dei suoi romanzi. Miliardari alcolizzati, adolescenti scappati di casa, predicatori irrisolti, operai brutali e artisti decadenti sono alcuni dei personaggi raccontati; allo stesso modo, non sono risparmiati i centri produttivi dell’immaginario americano, dalle piccole cittadine del Midwest – descritte come borghi fuori dal tempo in cui vige ancora una legge violenta e atavica – ai bassifondi delle grandi città – cluster di povertà in cui l’imperativo è sopravvivere. Purdy concepisce il Novecento come un arazzo scomposto, in cui gli uomini si muovono a tentoni, caracollando da una crisi economica – quella del ‘29 che segna la decadenza di interi quartieri – a una guerra – la Seconda guerra mondiale di cui certi personaggi sono reduci. La sua critica non solo è rivolta alla struttura sociale dell’impero americano, ma tocca un livello più profondo, interessando l’essenza stessa del desiderio.

Per Purdy, il desiderio umano è un travisamento dello stato di natura, l’illusione che il proprio godimento inneschi una catarsi individuale e collettiva; allo stesso modo, una società fondata sull’assurto che ognuno può inseguire la propria felicità dovrà fare i conti con il fallimento, e necessariamente crollerà su se stessa. Purdy trasforma il campo di possibilità dell’ideologia americana nel suo contrario, un paesaggio devastato e abitato dagli sconfitti. Ecco che nei suoi romanzi la ricerca dell’oggetto desiderato anticipa esiti tragici: in Malcolm, una serie di figure grottesche cerca l’amore di un adolescente bellissimo e protervo, fallendo in forme disparate; in Rose e cenere, tre squattrinati nella Chicago degli anni Trenta cerca il sostegno di un uomo colto e misterioso, finiranno in una spirale di trasgressione, incatenati alle vicende di un sordido appartamento; ne La versione di Geremia, l’ascesa economica di una famiglia del Midwest fa da contrappeso alla tragedia individuale di ciascuno dei suoi componenti.

Nell’ultima novella pubblicata da Racconti edizioni, Come in una tomba, è esplicitata la relazione fra servo e padrone, una dinamica presente in quasi tutti i suoi lavori, e qui resa fulcro della vicenda. Garnet Monrose è un reduce di guerra che torna a casa sfigurato, in una Virginia in cui i suoi vecchi conoscenti sono tutti morti. Infermo e disturbato nella psiche, Garnet assolda due servi, e che lui chiama “schiavi”, per occuparsi delle faccende domestiche e aiutarlo a corteggiare una vedova di cui si è innamorato. Il primo è Quintus, povero e all’apparenza stolto, il secondo è Daventry, incarnazione del servus callidus, che grazie alle sue astuzie riesce a far innamorare di sé sia la vedova che il padrone. L’autore ordisce un intreccio grottesco, che amalgama tragico e comico senza soluzione di continuità e irride il lettore.

Di pagina in pagina siamo disgustati dalla vanagloria di Garnet, della brutalità di Quintus, dall’insolenza di Daventry, ma allo stesso tempo siamo affascinati dalle capacità visionarie di ciascuno, dalla caparbietà che incarnano alla lettera i propri desideri. E fra maschere plautine che da fisse si fanno cangianti, a plot-twist inaspettati, siamo disorientati dalle relazioni di potere, al punto che non sappiamo più chi sopravanza chi. È il grande merito delle storie di Purdy, mettere in scena in forme originali la lotta per la vita, corrodendo le convinzioni alla base della cultura occidentale, riflettendo sulla dinamica del desiderio, mettendo in discussione la presunta nozione di felicità, al tal punto da dubitare del potere dei sogni, come della veridicità degli incubi.