Assolto in revisione quando il tempo gli aveva già tolto tutto
Angelo Massaro e i 21 anni di carcere per una consonante sbagliata: se una intercettazione seppellisce un innocente…
«Tengo stu muers», disse Angelo Massaro alla moglie, in dialetto tarantino: parlava di un ingombro meccanico che trainava con l’auto. Nel brogliaccio degli inquirenti diventò «tengo stu muert», cioè «ho questo morto». Una sola consonante, e quell’uomo si fece 21 anni di carcere per un omicidio mai commesso, prima che la revisione, nel 2017, ne accertasse l’innocenza. Non è un caso isolato. Ne ho conosciuto uno, da vicino: un assistito dello Studio condannato sulla scorta di un’intercettazione ambientale attribuita alla voce sbagliata — la sua, si disse, salvo scoprire vent’anni dopo, a pena ormai interamente espiata, che quella voce non era mai stata la sua. Assolto in revisione, quando il tempo gli aveva già tolto tutto.
Intendiamoci: nessuno vuole abolire le intercettazioni, strumento prezioso e talvolta insostituibile. Ma sono anche un bisturi: in mano a chi sa dove tagliare, salvano; in mano a chi scambia un rumore per una confessione, uccidono. «Il sospetto», ammoniva Sciascia, trova sempre le prove che cerca: una frase mal trascritta, una voce mal attribuita, sono il sospetto travestito da fatto. È qui il punto. Una legge seria si scrive sapendo che anche il magistrato può sbagliare, e perciò fissa limiti rigorosi — perizia fonica, riscontri esterni, contraddittorio reale sulla trascrizione — presidiati da sanzioni effettive, commisurate al danno. Perché abusare di uno strumento tanto penetrante è una lesione della libertà e della dignità della persona, non una svista da archiviare. Oggi, di sanzioni, non ce n’è una.
Tortora fu sepolto dai pentiti non riscontrati; Massaro da una consonante. Cambia l’arma, non il metodo: la prova fragile presa per oro colato. E lo Stato, che impiega vent’anni a riascoltare un nastro, non ha mai fretta quando deve restituire una vita.
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