Gli avvocati milanesi non hanno mica sostenuto che bisogna levare a Davigo il diritto di parola, solo perché la sua idea di giustizia prevede, più o meno, l’abolizione della difesa (anche perché lui è sempre stato convinto che tra avvocato e imputato esista comunque un rapporto di complicità, molto disdicevole). Gli avvocati riconoscono a Davigo, come a chiunque, il diritto di sostenere ogni opinione, anche le più scombiccherate, e non pretendono che le opinioni siano necessariamente in linea con la Costituzione.

Non capiscono però per quale ragione il Csm debba considerare Davigo, e dunque il pensiero di Davigo, come specchio dell’identità della magistratura. Se davvero il Csm ritiene che la giurisdizione debba funzionare secondo i criteri di Davigo, è ovvio che l’avvocatura scompare. Diventa una specie di accessorio, quasi burocratico, e comunque del tutto subordinato alla magistratura.

Possibile che il Csm voglia seguire questa linea, entrando in contrasto con il codice di procedura penale e con la Costituzione Italiana? E se non è così, allora, perché mandare Davigo?

L’unica risposta è una risposta politica, e non c’entrano niente i principi né il pluralismo: il Csm, probabilmente pressato dalle correnti battagliere dell’Anm, ha deciso una provocazione, consapevole, per sfidare gli avvocati e ogni forza o flebile voce o pensiero liberale e garantista. Ha voluto usare un suo esponente, il più noto in Tv, anche forse spinto dalle campagne giornalistiche del Fatto, a occupare il territorio. A segnarlo, come fanno certi animali: questa è terra nostra, i difensori se ne vadano con gli imputati. Del resto il portavoce più importante della magistratura, che è il direttore del giornale – cioè del Fatto – Marco Travaglio, ieri nel suo editoriale si è posto provocatoriamente la domanda: e cosa c’entrano gli avvocati con l’anno giudiziario?

È tutta qui l’operazione politica del variegato e composito partito dei Pm. Dichiarare che la giustizia è quella cosa che spetta alla magistratura orientare e amministrare. Alla magistratura, alla magistratura e solo alla magistratura. Fuori gli avvocati. Fuori il legislatore. Fuori la politica.

Tra oggi e domani ascolteremo molti discorsi. Potremo valutare se dentro la magistratura ci sono ancora forze in grado di opporsi alla deriva autoritaria del davighismo. Speriamo di avere buone notizie. Una cosa è certa: si apre un anno feroce, nel quale può succedere di tutto. E la posta in gioco è gigantesca. È lo Stato di diritto. Quello che non sarà presente, domani, alla cerimonia di Milano.

Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.