E come si gestisce una simile, ricercata, impresa claustrofila? Ma naturalmente con il bastone della disciplina e la carota della rieducazione intramuraria. Così da una parte abbiamo visto succedersi disposizioni amministrative disciplinari, come quella sui trasferimenti dei detenuti per ordine e sicurezza, che ha generato una specie di flipper penitenziario, rendendo ingovernabile il sistema, o quella per la prevenzione delle evasioni, mentre dall’altra si moltiplicano le offerte alle altre amministrazioni pubbliche di acquisire manodopera detenuta a titolo gratuito, senza alcuna prospettiva di reale reinserimento sociale dei condannati. Servirebbe un altro indirizzo di governo, che torni al principio fondamentale del carcere come extrema ratio dell’intervento punitivo dello Stato e favorisca le alternative alla detenzione, ma di quello del governo giallo-rosso, purtroppo, non abbiamo ancora contezza, salvo la continuità nella responsabilità politica e amministrativa.

Gli unici segnali in controtendenza, in questo 2019, li abbiamo avuti dalle giurisdizioni superiori, e in modo particolare dalla Corte costituzionale e dalla Corte europea dei diritti umani. Ancora una volta, come nel 2013, alle Corti spetta la responsabilità di mettere un freno alle scelleratezze della politica. Così è stato per le alternative al carcere per le persone affette da gravi infermità mentali (su cui, però, si attendono azioni e interventi delle Regioni e del Ministero della salute per potenziare i servizi psichiatrici territoriali, residenziali e non), così è stato per le preclusioni assolute alle alternative, giudicate illegittime dalla Corte europea così come dalla Corte costituzionale, seppure sotto profili e con effetti diversi tra loro.

Bene, ma non benissimo. In momenti particolarmente delicati, come quello che stiamo attraversando, le Corti superiori possono fissare un limite, richiamando giudici e legislatore al rispetto dei vincoli costituzionali e internazionali, ma non possono invertire una tendenza. Alla politica, a un’altra politica, spetta la responsabilità di rinunciare all’uso populista del diritto e della giustizia penale. È questa l’alternativa che vorremmo vedere nell’anno a venire.