Si va verso il secondo turno delle amministrative che hanno occupato la politica fin qui. Nel primo turno è accaduto un fatto rilevante, si è rivelato un altro pesante strappo al già lacerato tessuto della nostra democrazia rappresentativa con il rifiuto del diritto al voto di una parte molto importante della popolazione. La politica, come le scimmiette, è stata cieca, sorda e muta. A nulla sono valse anche le sollecitazioni di più di uno tra i commentatori. La politica istituzionale prosegue a fari spenti verso il nuovo appuntamento, sequestrata dalla contesa tutta al suo interno, come in una sfera separata dalla società. Eppure quello che è accaduto pesa su di essa come un macigno. Quasi la maggioranza degli elettori ha scelto di non esprimere la sua volontà nel voto sugli amministratori di città e regioni.

È un risultato gigantesco che non capisco come non sia stato preso nella dovuta considerazione dalla politica nel suo complesso e dalle istituzioni democratiche. Perché esso non segnala soltanto una condizione di crisi della politica, quanto una situazione di estrema precarietà della democrazia e un’allarmante fragilità del tessuto civile indotta da una crisi sociale senza soluzione. Siamo di fronte all’affermazione, come si diceva un tempo, della democrazia esercitata con i piedi, nel significato degli elettori che fuggono dalle urne. Questo, del resto, non è altro che il compimento di un processo avviato da tempo, iniziato con la crisi dei grandi partiti, che costituivano l’ossatura della democrazia partecipata e che erano agenzie di formazione della classe dirigente, luoghi di confronto e conflitto tra visioni diverse della società. La loro fine ha lasciato il campo a uno scontro politico senza progetti e senza programmi, prima tra il berlusconismo e l’antiberlusconismo, poi col protagonismo di una certa parte della magistratura e infine con il prevalere dei populismi come replica speculare del governativismo affermatosi. La fase segnata dall’emergenza da covid ha rappresentato la lente di ingrandimento di questa involuzione che ha condotto alla sublimazione del teorema: il governo è tutto, il resto è niente.

Se non che, il resto è proprio rappresentato dai cittadini, considerati invece come oggetti e non come i protagonisti della dialettica democratica. Sorge così la domanda: perché andare a votare in queste condizioni? La politica è scelta. Quando si giunge alla convinzione che scegliere è inutile, la politica perde ogni attrattiva, si riduce a coazione a ripetere di vecchie e stanche formule. Intendiamoci, anche in questo secondo turno, e in particolare in alcune città come Roma, la contesa appare a noi assai importante, capace di conseguenze di rilievo nella vita della città, mentre minacciosi si alzano venti inquietanti come quelli dell’inaudita aggressione alla sede della Cgil. Ma anche questa contraddizione tra l’importanza oggettiva di un voto, che chiederebbe perciò di schierarsi con decisione, e una diversa percezione da parte di tanta parte del popolo parla di un’espropriazione di fatto. Per fortuna della rappresentanza politico-istituzionale, il popolo non può direttamente accedere alla mozione di sfiducia, altrimenti proprio questa sarebbe uscita dalle urne delle recenti elezioni comunali.

Del resto, non diversamente è andata in quelle politiche per l’elezione di un parlamentare. Sabino Cassese ha ricordato che, a Siena, Letta è stato votato da un quinto degli elettori, e ha suggerito la tesi secondo la quale, in queste elezioni, hanno perso tutti. Indirettamente sono giunti alla medesima conclusione la maggioranza dei commentatori quando hanno suggerito che a vincere è stato Draghi, cioè uno che neanche partecipava al voto. Volevano dire che ha vinto la stabilità del governo, cioè che il voto non ha avuto nessuna influenza politica, forse così individuando, seppure indirettamente, una delle cause della mancata partecipazione ad esso. Ha votato solo circa la metà degli elettori, il 54.7%. 30 punti in meno di quanti avevano votato alle elezioni politiche. 1 su 3 in meno. Un’enormità. Peggio mi sento se si osservano gli elementi qualitativi. È nelle grandi città, Roma, Milano, Torino, Napoli che la partecipazione cade più precipitosamente che altrove, attestandosi attorno al 48%. Un voto ormai di minoranza che parla di una tendenza, non di un caso. Negli ultimi dieci anni, alle elezioni comunali la diminuzione è stata superiore al 15%.

Ancora più grave, e credo che si debba usare a questo proposito l’aggettivo drammatica, è la tendenza che si manifesta sul terreno sociale. In questo tipo di elezioni essa si misura tradizionalmente nel rapporto tra il centro e le periferie, specie nella grandi città. Oggi, la sociologia aggiorna la nozione di periferia, individuando la linea di rottura tra centralità e marginalità, non solo dal punto di vista geografico – la distanza dal centro, una rottura che tuttavia persiste e persino si aggrava – ma anche su quello di condizioni sociali disagiate che si espandono nella città in forme inedite e che riguardano la disoccupazione, l’abbandono scolastico, ma anche la percezione di uno stato di abbandono da parte dei cittadini nei confronti del potere politico-istituzionale. In questa lettura delle periferie, risiede la necessità di leggerle in allargamento. Il disagio che non porta, ancora, alla rivolta porta alla protesta della diserzione delle urne in tutte le grandi città.

A Torino, alla barriera di Milano, il suo quartiere più multietnico, vota solo il 42%, ma lo stesso 42% si giunge a Roma, a Torre Maura, la borgata a ridosso di quel sesto municipio, il cui voto complessivo è del 47.8%, percentuale analoga a quella di tutti gli altri municipi delle periferie di Roma. Quando circa 6 cittadini su 10 non votano, non puoi non vedere che è la democrazia a essere in stato di crisi, se poi a farlo sono prevalentemente i ceti popolari, che così vanno ben oltre la tendenza più generale di astensione al voto, allora devi constatare che la sua crisi è proprio radicale. Tutta la politica è attenta alla caduta di consenso del populismo nella sua forma politica: il voto ai Cinque Stelle. Non è che esso non sia rilevante, ma quello che sfugge è che il populismo che si ridimensiona nella sfera della politica si gonfi a invece nel profondo della società e prende la forma del rifiuto del voto.

Così assume un’altra veste e diventa prepolitico. Di tutto ciò la politica non si occupa, mentre prosegue la sua corsa al cospetto della formazione di una nuova forma di governo tecno-oligarchico che guida il Paese, a prescindere, dove e quando può, dal voto e sempre a prescindere dalla dinamica delle forze politico-istituzionali. E allora viene il sospetto che forse inconsapevolmente questa distrazione della politica da un fatto politico-istituzionale grosso come il non-voto di massa non sia solo una distrazione, ma peggio sia l’accettazione di una tendenza che alberga in nuce del voto amministrativo, attraverso la rinuncia-perdita del diritto al voto che tocca principalmente i ceti più popolari. È dura persino da dire, ma questa tendenza orribile è una tendenza che conduce verso una democrazia di censo. Un dibattito di fondo sullo stato della nostra democrazia non si può più rinviare, verrebbe da dire “per tutti gli uomini di buona volontà”.

Politico e sindacalista italiano è stato Presidente della Camera dei Deputati dal 2006 al 2008. Segretario del Partito della Rifondazione Comunista è stato deputato della Repubblica Italiana per quattro legislature ed eurodeputato per due.