C’è qualcosa di profondamente grottesco – prima ancora che politico – nell’attacco coordinato di Pino Corrias, Marco Travaglio e Alessandro Di Battista contro Marina Berlusconi. Grottesco perché a parlare sono gli stessi che per anni hanno legittimato – se non esaltato – un modello politico fondato sui click, sulle piattaforme e sulle primarie telematiche, un sistema in cui la selezione della classe dirigente avveniva tramite votazioni digitali opache, più simili a un esperimento di ingegneria sociale che a una democrazia occidentale.

Altro che Corea del Nord: qui siamo alla fantascienza travestita da partecipazione. Eppure oggi, proprio quei protagonisti, figli dell’impostazione di Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo, pretendono di impartire lezioni di democrazia, arrivando persino a difendere o giustificare la gestione di Antonio Tajani e ad attaccare chi, come Marina Berlusconi, prova a salvaguardare un’identità politica precisa. Serve davvero una notevole disinvoltura per sostenere un modello che concentra nelle stesse mani il ruolo di segretario, vicepremier e ministro degli Esteri. Una triplice funzione che rischia di comprimere il confronto interno e di indebolire la capacità decisionale. Nemmeno Winston Churchill riuscirebbe a reggere a lungo un simile carico senza sacrificare qualcosa. Ma il nodo vero è il metodo. Un metodo fatto di nomine, commissariamenti e gestione delle tessere che rischia di trasformare un partito storico in una struttura chiusa. L’emersione di figure come Maurizio Gasparri, Raffaele Nevi e Paolo Barelli dentro questo schema rafforza la percezione di un equilibrio interno costruito più sulla fedeltà che sul consenso.

E allora la domanda è inevitabile: cosa dà davvero fastidio a Corrias, Travaglio e Di Battista? Il fatto che Marina Berlusconi intervenga o il fatto che qualcuno stia rimettendo in discussione un sistema che rischia di portare Forza Italia verso un lento ma inesorabile ridimensionamento? Perché il rischio di un partito inchiodato al 5% è tutt’altro che teorico. E non è un caso che qualcuno inizi a sospettare manovre sotterranee nella distribuzione degli spazi politici, magari in asse con Fratelli d’Italia. “A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca”, ricordava Giulio Andreotti.

In questo quadro, l’intervento di Marina Berlusconi è una reazione, non un’anomalia. È lo scatto di orgoglio di chi vede il partito fondato dal proprio padre scivolare verso una gestione che ne tradisce lo spirito. Non è una questione familiare, ma politica. Del resto, in un Paese dove Nicola Fratoianni può guidare un partito insieme alla propria moglie senza grandi polemiche, o dove Giuseppe Conte ha promosso interventi come la depenalizzazione del mancato versamento della tassa di soggiorno – misura che ha avuto effetti anche su vicende familiari molto discusse – senza subire lo stesso accanimento mediatico, sorprende questo improvviso rigore selettivo.

Siamo ora alla fase decisiva: quella dei congressi. Se saranno una formalità, il partito sarà definitivamente chiuso. Se invece saranno veri, potrà riaprirsi una stagione nuova. A Roberto Occhiuto e Deborah Bergamini spetta il compito di garantire regole e trasparenza, rappresentando la sensibilità della famiglia Berlusconi. Dall’altra parte, Alberto Cirio e Stefano Benigni saranno chiamati a una scelta netta. Nelle prossime ore, il confronto entrerà nel vivo nella riunione tra Antonio Tajani e i quattro vicesegretari: sarà lì che si misurerà la verità dei fatti. Da una parte chi vuole evitare un nuovo blitz dei “Tajani boys”, pronti a far partire congressi percepiti come già scritti; dall’altra la linea indicata da Marina Berlusconi, che punta a stoppare questo meccanismo per restituire credibilità, partecipazione reale e dignità politica a Forza Italia. Perché qui non si sta discutendo solo di equilibri interni, ma del futuro stesso di una comunità politica che ha rappresentato milioni di italiani. Un partito non è proprietà di chi lo gestisce temporaneamente, ma patrimonio di chi lo ha costruito e di chi continua a crederci.

La domanda finale è semplice, ma decisiva: Forza Italia vuole tornare a essere un partito vivo, contendibile, aperto, oppure diventare definitivamente una struttura chiusa, utile solo a garantire equilibri interni e sopravvivenze personali? E soprattutto: chi oggi attacca Marina Berlusconi difende davvero la democrazia o teme che qualcuno torni finalmente a praticarla davvero?

Gabriele Elia

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