L’approccio del dipartimento contro il cambiamento climatico “sarà radicalmente modificato”. Così ha detto Janet Yellen, il Segretario del Tesoro Usa, ai principali alleati degli Stati Uniti giovedì scorso. Durante la riunione virtuale dei ministri delle finanze e dei banchieri centrali del G7, Yellen ha assicurato che gli Stati Uniti assumeranno un ruolo guida nella lotta globale dopo gli anni dell’amministrazione Trump. «Forte sostegno agli sforzi del G7 per affrontare il cambiamento climatico», si legge in una nota del Dipartimento del Tesoro. Che garantisce un cambio di impegno «drastico rispetto agli ultimi quattro anni». Le dichiarazioni di Yellen agli alleati globali segnano la svolta di Biden nella lotta al climate change. Sotto Trump, gli Stati Uniti hanno abbandonato gli accordi sul clima di Parigi e diminuito gli standard di efficienza energetica destinati a rallentare il ritmo del riscaldamento globale.

Ora la Yellen definisce l’aumento delle temperature globali una “minaccia esistenziale” sia per il pianeta che per l’economia. Yellen promette l’impegno del governo federale a sviluppare «regolamenti necessari per valutare e mitigare» il rischio climatico. In più, secondo il Wall Street Journal, la Yellen avrebbe scelto Sarah Bloom Raskin, già vice segretario al Tesoro durante l’amministrazione Obama, per il ruolo di capo del dipartimento per il clima. Yellen ha anche detto alla Banking Committee del Senato che il presidente Biden imporrà «alle aziende che inquinano di sostenere l’intero costo delle loro emissioni di carbonio», senza specificare però se lo strumento sarà una tassa sul carbonio o una sulle emissioni.

La nuova amministrazione non esaurirà tuttavia la propria azione nella politica fiscale. L’idea è quella di far ripartire l’economia dell’energia pulita, con il conseguente adeguamento della produzione. Biden affronta una strada in salita. Gli Stati Uniti sono rimasti indietro rispetto ad Asia ed Europa nella corsa per produrre la tecnologia fondamentale: le batterie ad alta tecnologia che alimentano le auto elettriche e immagazzinano energia solare ed eolica. Secondo la Benchmark Mineral Intelligence, un’importante agenzia di ricerca, la Cina oggi domina la produzione di batterie, con più di novanta “gigafactory” che producono celle per batterie agli ioni di litio (gli Stati Uniti ne contano solo quattro). Se le attuali tendenze saranno confermate, la Cina avrà 140 gigafactory entro il 2030, mentre l’Europa ne avrà 17 e gli Stati Uniti solo 10. Il risultato sarebbe letale per gli Usa che diventerebbero dipendenti per gran parte della fornitura di batterie dal colosso asiatico e da altri partner commerciali. Un esito pericoloso non solo per l’industria automobilistica a stelle e strisce ma anche per l’industria militare che sta pianificando di elettrificare veicoli e attrezzature. Con un impatto non indifferente sui posti di lavoro che il settore dovrebbe portare.

È molto probabile che, nella concorrenza globale, l’obiettivo “sovranista” di Biden sia quello di mantenere e incentivare la produzione di tecnologia negli Stati Uniti. Ma questo, secondo le aziende statunitensi, potrà realizzarsi solo se il governo federale promuoverà con ingenti risorse la produzione interna di batterie e delle loro materie prime, così come stanno facendo Cina, Corea del Sud e Unione europea. I fan dell’intervento federale avvisano che gli Stati Uniti rischiano di perdere un altro importante boom tecnologico, come è già accaduto in passato con i pannelli solari e il 5G. È vero che, grazie alle università finanziate dalle risorse federali e ai laboratori nazionali, gli Stati Uniti hanno alcune delle migliori ricerche al mondo sulle batterie. Così come è vero che possono contare su Tesla, impresa leader nel settore delle auto elettriche con grandi progetti per la produzione di batterie domestiche. Ma altri paesi stanno facendo investimenti maggiori per sostenere le loro industrie di batterie e garantire che i posti di lavoro nella produzione rimangano locali.

In primo luogo la Cina, che ha dedicato decine di miliardi di dollari del bilancio statale ai finanziamenti per ricerca e sviluppo, ai sussidi per i produttori e alla realizzazione di stazioni di ricarica delle batterie. Il governo di Pechino ha pure stimolato la domanda tramite sovvenzioni ai consumatori per l’acquisto di veicoli elettrici e con l’aumento di ostacoli burocratici verso gli acquirenti di auto a benzina. L’altro concorrente globale è certamente l’Unione Europea che nel 2017 ha istituito una European Battery Alliance, fissando obiettivi chiari per la produzione, l’infrastruttura di ricarica e l’adozione delle auto elettriche. Già oggi, per esempio, la Germania richiede a tutte le stazioni di servizio di offrire la ricarica delle auto elettriche. Il mese scorso, la Commissione europea ha annunciato l’investimento di 3,5 miliardi di dollari a favore di Tesla, BMW e altre società allo scopo di produrre più batterie nell’area comunitaria e per contribuire così alla riduzione delle importazioni dalla Cina.

Ecco perché, per tornare a competere sul piano globale, Biden ha firmato un ordine esecutivo che invita le agenzie governative a convertire le loro flotte in veicoli elettrici, e si è impegnato a costruire mezzo milione di stazioni di ricarica, a estendere i crediti di imposta per gli acquirenti e a rafforzare gli standard di risparmio di carburante per i veicoli a gas. «Utilizzerò tutte le leve del governo federale, dal potere d’acquisto, alla ricerca e sviluppo, alle tasse, al commercio e alle politiche di investimento», ha promesso Biden. Obiettivo: fare dell’America il leader mondiale nella produzione di veicoli elettrici.