Politica
Bronzini e la Fondazione Craxi, così Bettino sceglieva i migliori
Formare una classe dirigente, per un partito che aumenta velocemente il suo consenso, è decisivo. Lo sapeva bene Bettino Craxi, che da leader del Psi che seppe far crescere rapidamente, si pose la priorità assoluta di promuovere una nuova leva di dirigenti. Facendo scouting? In qualche caso sì. Tra i migliori. Dall’università chiamò Francesco Forte. Dalla Rai, dove aveva fatto la gavetta, volle incontrare Giampaolo Sodano. Da Amnesty International, che a fine anni Settanta metteva radici a Milano, chiamò la giovane e brillante Margherita Boniver. Così Craxi mise insieme una prima squadra di campioni. Irripetibili. Soprattutto guardando ai giorni nostri, alle difficoltà del primo partito politico nel mettere in pista una classe dirigente all’altezza.
Negli anni Ottanta, quella squadra non fu solo politica. Fu anche tecnica. Ma attenzione: non nel senso corrente, banalizzato, di “governo dei professori”. Piuttosto, nel senso più sottile e ambizioso di un partito che si dota di competenze per governare. È qui che nasce il nodo dei cosiddetti “tecnocrati di Craxi”. Un’espressione suggestiva, ma in parte fuorviante. La ricerca storica più avvertita invita a distinguere: «Dunque, appare cruciale distinguere con nettezza tra “tecnici” e “tecnocrati”.
I primi esercitano competenze delimitate; i secondi trasformano quelle competenze in principio di autonomia e in risorsa di dominio». È una distinzione che illumina una stagione. Perché il Psi craxiano non consegnò il potere ai tecnici, ma li arruolò dentro un progetto politico. Non era tecnocrazia, era politica che si armava di tecnica. Il contesto era quello della crisi degli anni Settanta: inflazione, debito, sfiducia nei partiti. Il Memoriale Moro aveva già intuito il passaggio: una «Italia tecnocratica», “tecnologicamente attrezzata”, capace di parlare il linguaggio internazionale. Craxi intercetta quel passaggio e lo governa. Non lo subisce. E lo fa costruendo una rete. Economisti, giuristi, manager pubblici, diplomatici. Non comparse, ma protagonisti. Giuliano Amato, Franco Reviglio, Renato Ruggiero, Giorgio Ruffolo. Non esterni chiamati a tamponare emergenze, ma parte di un disegno.
«Gli economisti e i giuristi dell’azione pubblica […] assursero a figure centrali […] come protagonisti della creazione di un lessico nuovo». Ecco il punto: il lessico. La governabilità. La decisione. La capacità dello Stato di funzionare. Altro che neutralità. La cosiddetta tecnocrazia craxiana fu, semmai, «un esperimento politico di ibridazione», una élite ristretta e qualificata collocata «al crocevia tra partito e amministrazione». Non sospese mai la politica. Non pretese di sostituirla. Fu, al contrario, una “tecnica orientata”: strumento di parte, non potere autonomo.
Lo dimostra anche l’attenzione che ancora oggi quella stagione suscita. Lo studio di Giovanni Battista Bronzini, dedicato proprio al ruolo degli esperti nel Psi craxiano, è stato presentato nei giorni scorsi dalla Fondazione Craxi a Villa Sciarra, a Roma. Con l’autore sono intervenuti il professor Federico Niglia dell’Università per Stranieri di Perugia, il professor Flavio Felice dell’Università del Molise e lo storico Luca Micheletta de La Sapienza di Roma. Un confronto che ha rimesso al centro il nodo irrisolto del rapporto tra competenza e politica. È qui che il confronto con l’oggi diventa impietoso. Oggi la tecnica si presenta spesso come neutrale. Si legittima da sola. Si sgancia dalla rappresentanza. Diventa, per dirla con Burnham, una nuova forma di dominio. E la politica, invece di guidarla, la rincorre. Negli anni di Craxi accadeva il contrario. La competenza non sostituiva la politica. La rafforzava. La leadership restava saldamente politica, ma cambiavano linguaggi, strumenti, criteri di decisione. È una lezione che interroga ancora.
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